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Recensioni e Prospettive

Gordon Wheeler, Che cos’è la Terapia gestaltica: un nuovo approccio al contatto e alla resistenza Astrolabio Ubaldini 1992

a cura di Pier Giulio Poli

Questo libro è per il lettore un’illustrazione lampante di come sia possibile inventare una scrittura che mette in questione, evidenzia e fa uso dell’ovvio. Nella Scuola Gestalt di Torino abbiamo una lunga tradizione di attenzione all’ovvio inteso come lettura del gesto del cliente nel contesto del qui-e-ora di una sessione, oppure  come apertura di nuovi significati a partire da abitudini, codici, regole presenze da delatentizzare nel lavoro di gruppo e con le organizzazioni. Nel lavoro di gruppo ciò che porta al disvelarsi dell’ovvio e a farci dire “ah, questo aspetto non lo avevo notato! Ma è ovvio!” è il dispiegarsi nel tempo del processo tra diversi soggetti, il costruirsi di un senso a partire da una relazione, che dà vita a nuovi significati ed esperienze. 

 

Mettersi nell’ottica del dialogo è il modo più fruttuoso di entrare in contatto con questo libro che richiede tempo e molta pazienza al lettore. Ogni lettura che lo colloca, valuta o inquadra tende a confondere il lettore. Nei mesi seguenti la pubblicazione si sono susseguite stroncature importanti (prima tra tutte quella di G. Yontef), affermazioni di tiepido supporto (P. Philippson) ed elogi (M. Parlett). Queste recensioni e il dibattito acceso attorno ad esse hanno  evidenziato lealtà culturali, divisioni e veri propri scontri che da sfondo sono diventati figura. Non ho trovato interessante cercare di comprendere dove si posiziona la mia teoria o quella della Scuola Gestalt di Torino rispetto a quelle matrici. Molti dei temi che riscaldavano quei dibattiti teorici sono state oggi riassorbite dallo sfondo e dall’ovvio.

 

Il dialogo con questo libro è stato per me molto fruttuoso e utile, rendendo più  tangibile il senso del suo titolo in inglese: Reconsidering Gestalt. Durante la lettura mi sono accorto che riconsiderare non significa distruggere quello che è venuto prima e che davo per scontato, ma mettere in luce l’ambiguità e a volte l’indeterminatezza delle affermazioni che mi escono dalla bocca automaticamente quando parlo o scrivo di Gestalt. Ecco alcune domande che Wheeler affronta e per le quali vale la pena fermarsi sul libro per qualche tempo: “perché l’esperienza avviene al confine di contatto?”, “il contatto si interrompe?”, “è possibile lavorare sullo sfondo senza renderlo figura?”, “Qual’è la relazione tra lo sfondo e le pratiche sociali condivise?”, “I processi che affrontiamo nella psicoterapia e in consulenza organizzativa sono diversi?”. Le risposte a queste domande di Wheeler sono parziali, magari faziose, a volte poco chiare a volte illuminanti.

 

Consiglio al lettore di alternare la lettura teorica più frustante con i bellissimi casi di studio presentati e  con l’introduzione storica. I casi clinici ed organizzativi sono descritti con la precisione teorica e l’affetto con cui qualsiasi gestaltista può identificarsi. L’introduzione storica è dedicata alla ricezione di Perls e Goodman del lavoro degli psicologi della gestalt, Lewin e Goldstein. In poche pagine ci sono gli elementi principali sulle teorie con cui i fondatori si sono confrontati (e ovviamente scontrati).