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Editoriale

"Far finta di essere sani": il difficile passaggio dall'essere normale all'essere sano

Mariano Pizzimenti e la redazione

Vivere non riesco a vivere

ma la mente mi autorizza a credere

che una storia mia

positiva o no

è qualcosa che sta dentro la realtà

                                                                                     [...]

Dalla canzone "Far finta di essere sani" di Giorgio Gaber

 

 

Inizio questo editoriale con una domanda: perché abbiamo scelto il titolo di un album di Giorgio Gaber del 1973 per caratterizzare questo numero della nostra rivista?

Ci sono più risposte:

Una prima risposta, chi ci legge, potrà trovarla da solo/a andando ad ascoltare o riascoltare questo piccolo capolavoro in cui, canzone dopo canzone, Gaber riesce a rendere le molteplici sfaccettature della sofferenza dell'essere umano nel suo incessante adattarsi al mondo in cui si sente gettato. Una sofferenza che non è mai intrisa di vittimismo o di condanna, ma che, attraverso una totale capacità e volontà di identificarsi con i diversi modi di "essere" umani, ci permette di sorridere di noi stessi e dell'altrodi un sorriso a volte ironico e graffiante, ma sempre pieno di amore e di comprensione.

Questo disco è uscito nel '73, ma potrebbe essere uscito oggi o forse domani e non noteremmo la differenza.

La seconda risposta è in ciò che evoca il titolo: “Far finta di essere sani”.

Questa è contemporaneamente una richiesta ed una condanna sociale che nasce dalla confusione fra "essere sani" ed "essere normali".

Essere sani significa godere di un delicato ed effimero equilibrio tra benessere e malessere. Un equilibrio appunto effimero, perché continuamente sottoposto a mutazione e perché noi abbiamo bisogno sia del benessere che del malessere, in quanto indicatori. Il malessere ci segnala che nel nostro incessante processo di adattamento all'ambiente che ci circonda, le soluzioni finora trovate non funzionano più o ci chiedono dei costi troppo alti; il malessere ci dice che il contatto è rotto, che stiamo subendo, che l'adattamento trovato non è più efficace, dobbiamo cambiare qualcosa. Il benessere ci indica che la nostra creatività è in azione, che il contatto con l'ambiente è ripristinato, che lo sfondo da cui emergiamo ci sostiene e ci nutre e siamo sufficientemente eccitati da poter sperimentare nuove soluzioni. Quando l'equilibrio tra questi due stati è dinamico e noi sappiamo imparare dal primo e godere del secondo ... siamo sani.

Quando l'equilibrio è alterato e siamo bloccati in soluzioni cristallizzate, siano esse corporee che emozionali, che di pensiero ... siamo malati.

Altra cosa è essere normali.

La normalità ci parla di statistica, di essere situati in quella parte di una curva statistica in cui si trovano la maggioranza delle persone considerate all'interno di un certo ambiente e di un certo contesto. Se restiamo nell'ambito della relazione tra essere umano e il suo ambiente, lì dove nascono sia il malessere che il benessere, la normalità sarà rappresentata da quelle forme di adattamento che permettono all'individuo di integrarsi nel funzionamento sociale con i tempi e i modi adottati dalla maggior parte degli individui di quell'ambiente e in quel contesto.

Se parliamo di normalità, allora parliamo anche di anormalità e di disturbo.

Sempre nell'incontro tra la persona e il mondo si sviluppano i comportamenti disturbati. La psicopatologia ufficiale, quella del DSM5 per intenderci, che dovrebbe parlarci proprio della sofferenza che nasce nell'interazione tra essere umano e mondo, parla di disturbi. La psicopatologia indica quanto sia disturbato il funzionamento di una persona rispetto alla "normalità" e quanto questa persona sia disturbante per la normalità.

Questo concetto statistico della normalità definisce quindi il comportamento, ma anche lo stato dell'essere "normale" ed il comportamento e lo stato dell'essere patologico, disturbato e disturbante.

Alla maggior parte di noi non piace essere considerati disturbati o disturbanti da e per la gente "normale", perché ci fa sentire diversi, soli e questo alimenta il nostro malessere.

Ecco quindi che noi cerchiamo di "far finta di essere sani" o, come dice anche Gaber in alcune canzoni, di"far finta di essere normali" e quindi molto diversi da quelli che "hanno i disturbi".

Per questo, nella nostra scuola, preferiamo parlare di sofferenza e non di disturbi: la sofferenza ci unisce, il disturbo ci divide.

La sofferenza ed il dolore sono i segnali del malessere, ci dicono che siamo squilibrati. Lo squilibrio può essere a livello elettrochimico e/o muscolare e/o  psichico e/o a livello relazionale e/o sociale. Dal dolore, dalla sofferenza e dal malessere in genere, impariamo: impariamo qualcosa in più su come funzioniamo come organismi, di quali cibi abbiamo bisogno e quali ci procurano malessere. Impariamo quali esercizi fisici ci tolgono tensioni e ci danno benessere a patto che non esageriamo. Impariamo dal malessere che viviamo in una relazione, in un lavoro, in un ambiente.

Il benessere è importante goderlo…èinutile attaccarcisi per cercare di mantenerlo. È parte di un equilibrio dinamico e quindi non può durare a lungo. Anzi, probabilmente il nostro è un equilibrio che tende più al malessere, perché il benessere è creatività, è bellezza, è erotismo, è buona forma e ciò richiede attenzione, visione e contatto, mentre il malessere sfrutta la tendenza dell'universo che tende all'entropia, alla distruzione e al disordine e al caos. E noi abbiamo bisogno di scivolare in quel caos perché in quella destrutturazione, in quell'abbattimento e, a volte, anche disperazione, sviluppiamo nuove energie che attivano la nostra creatività, in un circolo ermeneutico incessante fra malessere e benessere.

Per Perls essere sani” voleva dire avere il coraggio di essere se stessi nell'incontro con l'altro. Smettere di far finta di essere sani vuol dire quindi anche smettere di voler essere sia normali che anormali, sia integrati nella società che ostinati nello starne fuori. Essere sani vuol dire imparare ad ottenere dall'ambiente, dagli altri, il sostegno che ci serve ad essere sufficientemente coraggiosi per scoprire cosa voglia dire essere se stessi nel nostro mondo.

Come conclusione di questo editoriale mi è stato chiesto di ricordare Hilda Courtney. Questo è il primo numero della nostra rivista che esce senza avere Hilda nello staff dell'SGT. Non ricordo neanche più quando Hilda è entrata a far parte della nostra scuola, forse nell'89 o anche prima, per me è come se ci fosse sempre stata e credo che sempre ci sarà, perché io, come molti altri di noi, mi ritrovo ogni tanto a pensare " chissà cosa direbbe Hilda" o "chissà cosa farebbe Hilda". Hilda non permetteva a nessuno di introiettarla, ma si è lasciata masticare ed è diventata parte di noi che l'abbiamo vissuta. Stiamo continuando il lavoro che abbiamo fatto insieme per molto tempo e credo che lei amerebbe il titolo e lo spirito di  questo numero della rivista. Lei amava molto l'ironia, per cui concludo l'editoriale con una delle sue frasi preferite: "Don't  take yourself  too seriousely”  (“Non prenderti troppo sul serio”).

 Il Direttore

Mariano Pizzimenti 

Nel terzo numero della nostra rivista, troverete, per la rubrica “Pratica e teoria”, l’articolo  di Mariano Pizzimenti: “L’esperienza narcisistica: una lettura di La bella e la bestia” a cura di Barbara Bellini”. Nella medesima rubrica, Barbara Bellini presenta il suo articolo: “Il malessere nelle coppie. Uno sguardo sulla Terapia di coppia”; sempre per “Pratica e Teoria”, Iride Pistacchio scrive “Per fare un matto ci vuole un villaggio”.

Nella rubrica “Insegnare Gestalt”, Sergio La Rosa propone un interessante articolo sul percorso di supervisione. Andrea De Lorenzo Poz  presenta, per la rubrica “Influenze dall’esterno”, un contributo dal titolo “Nessuno mi può giudicare. Il lavoro con i giudizi nella terapia della Gestalt”. Per “Esperienze” Francesca Solero ci parla del suo percorso di psicoterapeuta della Gestalt nel lavoro con le dipendenze. Nella rubrica “Radici”, Nicole Bosco scrive un contributo sul rapporto tra fenomenologia e Gestalt dal titolo “Lo sguardo che osserva”. L’uscita di questi articoli e di altri contenuti è prevista nei mesi a venire. Vi terremo informati per mezzo della newsletter cui vi invitiamo ad iscrivervi.

 

La redazione

 

Alessandro, Andrea, Barbara, Iride, Lidia, Mariano, Nicol, Stefania