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Pratica e Teoria

Il malessere nella coppia. Uno sguardo sulla Terapia di coppia

Bellini Barbara

Questo lavoro arriva dall’incontro con la sofferenza che molte coppie, nell’arco degli ultimi 5 anni, hanno portato in terapia di coppia e grazie agli stimolanti confronti, seduta dopo seduta, con Mariano, il mio compagno di co-terapia.

L’approccio teorico di riferimento è riconducibile alla teoria del campo (Robine, 2006) e alla teoria della Psicoterapia della Gestalt (PHG, 1951; Pizzimenti 2016; Salonia 1992; Spagnuolo Lobb 2011).

Focalizzerò tre temi collegati alla terapia di coppia: la co-conduzione, l’intervento sulla figura e intervento sullo sfondo.

 

LA CO-CONDUZIONE NELLA TERAPIA DI COPPIA

La scelta di condurre le sedute con una persona che non è solo un collega di lavoro, ma è parte della nostra vita (come potrebbe essere un amico-collega o, come in questo caso, il tuo partner), ha un senso clinico che noi abbiamo compreso appieno solo “in corso d’opera”.

A differenza di molti approcci, il fuoco dell’intervento non sono gli individui, ma è il “sé della coppia”. Non lavoriamo sul sé dei pazienti, sulle loro storie, paure o fragilità, ma sul “campo della coppia” che attiva questi vissuti e su come viene costruito dai singoli[1].

Gli approcci classici lavorano alternativamente sui singoli individui e, nel migliore dei casi, sulla relazione tra di loro, non utilizzando le potenzialità di un lavoro di campo . La co-conduzione è un setting di lavoro molto fertile, in quanto un solo professionista tenderà a lavorare con l’uno o con l’altro paziente/cliente portando l’attenzione più sull’individuo (sulla sua responsabilità) che sulla co-costruzione che fa la coppia. 

Nella co-conduzione i terapeuti stessi creano già un campo in cui è presente la loro storia, le esperienze vissute insieme, le confidenze condivise, l’intimità, le differenze, le difficoltà attraversate nella reciproca conoscenza … e tanto altro. Il dialogo che i terapeuti iniziano tra di loro in presenza della coppia, influenza, in vari modi, il corso della terapia e, allo stesso tempo, è vero anche il contrario, cioè il modo in cui i terapeuti interagiscono tra di loro è influenzato dalla coppia stessa: raccogliere queste informazioni è utile per comprendere la sofferenza presente nella coppia e individuare un sostegno possibile.  Può essere un dialogo implicito, fatto di sguardi, movimenti corporei, espressioni facciali o esplicito, quando un terapeuta rivela all’altro come si sente, i dubbi e ciò che lo colpisce. Il confronto tra i professionisti non è, in primis, una “tecnica” per raggiungere un risultato, ma è un’interazione spontanea che può acquisire varie forme e che esprime qualcosa che appartiene anche alla coppia dei pazienti (non solo dei terapeuti). In altre parole, il contatto che i terapeuti sperimentano tra loro in seduta è collegato con il campo relazionale della coppia. E’ facile osservare come cambi l’interazione tra i terapeuti a seconda della coppia con cui lavorano. Questo materiale costituisce l’”Es della situazione” (Robine, 2006).  L’osservazione di se stessi, oltre che della coppia-pazienti, fornisce informazioni utili per la diagnosi e l’intervento.

Rimandando ad altra sede un approfondimento della co-conduzione, ora esploriamo i fuochi di lavoro nella terapia di coppia

ESPLORAZIONE DELLA FIGURA INIZIALE E .. COSA C’E’ NELLO SFONDO?

La coppia arriva in seduta portando una figura rigida. Il primo step della terapia è accogliere la situazione iniziale e, contemporaneamente, prestare attenzione a cosa c’è nello sfondo che sostiene questa figura. La figura è spesso una lotta di potere, o una situazione abbandonica, o un disturbo in cui un partner viene visto come malato (ad  es. l’uomo che soffre di eiaculazione precoce o la donna che non ha desiderio o è anorgasmica..). C’è quindi una sovralimentazione della figura, ovvero una figura che occupa tutto lo spazio vissuto della coppia e che porta allo schiacciamento delle altre figure potenziali. Per la coppia è difficile “sospendere” la questione problematica per riprenderla in altri momenti in quanto è come se occupasse tutto il suo campo percettivo ed emotivo.

Per poter effettuare questo “switch” dalla figura allo sfondo sosteniamo i partner a (ri)prendersi alcune responsabilità rispetto alle difficoltà che stanno attraversando. Approfondirò questo passaggio più tardi. Ora faccio un passo indietro.

La sovralimentazione della figura è ciò che genera tensione e conflitto. 

La domanda che ci poniamo è: “A cosa serve a questa coppia l’equilibrio che ha costruito in questo momento?”. Qualsiasi equilibrio, per quanto doloroso e per quanto generi costi molto alti per ciascun partner, ha per la coppia una funzione positiva da comprendere prima di pensare a possibili cambiamenti.  Ad esempio, il calo della sessualità che segue la fase dell’innamoramento è utile ai partner per riprendere le fila della propria vita in seguito ad un’esperienza così intensa come quella di entrare/far entrare l’altro nei propri confini. Questo non significa togliere importanza alla sessualità, anzi. Ci serve per accettare le situazioni che contribuiamo a creare, riconoscendo la funzione positiva che assolvono. Per la Psicoterapia della Gestalt, tutti i comportamenti, anche quelli apparentemente più folli, sono mossi da un’intenzionalità e hanno un senso, anche se talvolta non è evidente.

Anche il conflitto sta servendo a qualcosa: è importante accoglierlo ed osservarlo con curiosità. Per alcune coppie litigare è l’unico modo in cui riescono a stare insieme; il litigio ha l’importante funzione di tenere uniti i partner; entrambi sentono un’intenzionalità che va nella direzione di crescere insieme - un movimento che, purtroppo, non è affatto semplice o chiaro. Ciò che stanno evitando, sospingendole nello sfondo, sono delle paure specifiche che ciascuno sente, ma non condivide con l’altro (paura di perdersi, di non essere accettato, ecc..). In questo caso il conflitto li tiene uniti, ma il prezzo che pagano è un progressivo deterioramento della loro intimità.

Una breve digressione .. Cos’è il conflitto?

Col termine conflitto intendiamo la dinamica che si instaura tra due o più persone che confrontano la loro visione di uno stesso spicchio di realtà, osservata però da prospettive diverse. La dinamica del conflitto consiste nel rifiutare, negare o confutare la visione dell’altro in quanto dal mio angolo di visuale risulta inesistente, falsa o errata. La Psicoterapia della Gestalt condivide una visione ‘positiva’ del conflitto poiché ritiene che se entrambe le parti sono sostenute ad esprimere le loro posizioni, a stare attivamente nel confronto, senza ritirarsi prematuramente e ascoltando anche la visione dell’altro, le reciproche posizioni si influenzeranno. L’autoregolazione del campo è un concetto sviluppato negli anni 50/70, un’epoca in cui molte regole sociali ed introietti culturali vengono messi in discussione allo scopo di ritrovare un’esistenza più autentica e vitale. Secondo la visione del campo che si autoregola, nel momento in cui le differenze sono incoraggiate ad esprimersi all’interno di un dialogo, la coppia o il gruppo trova un aggiustamento, cioè una nuova gestalt diversa da quella iniziale.         

Dalla definizione data di conflitto possiamo evidenziare alcuni punti:

· i conflitti svolgono l’importante funzione di mettere in relazione tra loro porzioni diverse di realtà che altrimenti resterebbero sconosciute l’una all’altra

·  la mancanza di conflitti all’interno di una coppia, un gruppo o un’organizzazione è un segnale che il sistema funziona ad un basso livello di rischio e quindi ad un basso livello di creatività

·  l’eccesso di conflitti è un segnale delle presenza di conflitti nascosti che non vengono affrontati deviando l’attenzione su una miriade di altri conflitti che spaventano meno e che fanno da cortina fumogena

· la presenza di conflitti insolubili segnala l’esistenza di giochi di potere e competitività distruttiva, viene cioè a mancare l’interesse per la visione dell’altro

Se si risolve efficacemente un conflitto, entrambe le parti si ritrovano ad essere più ricche, cioè la visione finale su cui entrambe si orientano è diversa e migliore di ognuna delle due visioni di partenza: la coppia nella sua interezza, oltre che i singoli partner, fa un balzo creativo. Imparare ad apprezzare i conflitti e a gestirli correttamente rappresenta un apprendimento fondamentale per le coppie che affrontano un percorso di crescita.

 

QUANDO LO SFONDO DIVENTA FIGURA

Abbiamo visto come la coppia arrivi in terapia con una figura irrigidita, che può essere un conflitto, una lotta di potere, o un sintomo (es. mancanza di desiderio). Affinchè tutta l’attenzione sia concentrata sulla tensione irrisolta, la coppia tende a manipolare lo sfondo per far sì che solo quella figura abbia energia e le altre figure tendano a rimanere schiacciate. Esempi di manipolazione li ritroviamo a livello comunicativo quando i partner affrontano la frustrazione parlando dell’altro e non di sé: “TU non mi ascolti, non mi vedi, non mi ami abbastanza, ecc.” , oppure quando rispondono immediatamente: “Sì, MA…”  senza lasciarsi davvero influenzare dalla diversità che porta il partner, o con un atteggiamento di disprezzo.

Questi sono esempi di un campo fortemente “proiettivo” in cui i partner non riescono a prendersi la “responsabilità” dei propri bisogni, o ferite, ma ognuno tende a concentrare l’attenzione su ciò che fa l’altro che lo fa soffrire, o sull’altro sbagliato, sull’altro che non lo capisce e non è mai come vorrebbe che fosse. 

Il “paradosso del cambiamento”, che sviluppò Bateson negli anni 50, fa sì che solo quando non abbiamo più bisogno che l’altro cambi… l’altro e la nostra relazione con lui/lei finalmente cambieranno: questo significa il passaggio da un campo di coppia proiettivo ad uno in cui ciascun partner si riappropria della proiezione di cui non era consapevole, prendendosi la responsabilità della propria vita e delle proprie scelte.

Il concetto di “responsabilità” è un obiettivo su cui è importante iniziare il lavoro terapeutico fin dall’inizio. Infatti, se da un lato ogni equilibrio presente nella coppia, anche quello problematico, è funzionale a qualcosa (in Gestalt diciamo che è un “adattamento creativo”), allo stesso tempo, quando paghiamo dei costi troppo alti e la crescita è bloccata, è importante cercare nuove strade e opportunità di sostegno per evolvere.

Il più delle volte il paziente (o la coppia), infatti, arriva in terapia con una dichiarazione di impotenza: “Sono insoddisfatto della mia vita e non so più cosa fare!”. È difficile e spesso doloroso comprendere in che modo contribuisco a creare le situazioni che poi generano la sofferenza nella mia esistenza. 

Nella nostra cultura, la parola “responsabilità” è associata all’idea di qualcosa di pesante, difficile, spesso noioso, e che comunque non ha nulla a che vedere con eccitazione e divertimento. Niente di più errato! Come dice etimologicamente la parola: respons-abilità indica l’abilità a rispondere alla situazione che ci troviamo a vivere. Essere in grado di assumersi responsabilità in una determinata situazione significa semplicemente ritenersi in grado di rispondere nella maniera più efficace alle caratteristiche della situazione stessa. Vuol dire anche avere il POTERE di influenzarla in base alla propria preferenza o interesse. Nelle coppie in crisi spesso vediamo uno stato d’animo di profonda frustrazione e rabbia rispetto al fatto di non riuscire ad influenzare o a modificare l’altro come vorrebbe. Recuperare la propria responsabilità, nel lavoro di coppia, vuol dire poter identificare i propri bisogni e insoddisfazioni senza che sia l’altro ad essere sbagliato poiché non riesce a rispondere in maniera adeguata. Il primo passo, dunque, è quello di definire in maniera chiara ciò di cui abbiamo bisogno dalla relazione, ad es. “Ho bisogno di parlare e di essere ascoltato/a”, “Ho bisogno di essere toccato/a”, ecc. Poter ascoltare noi stessi e le nostre necessità è importante innanzitutto per sapere chi siamo e di cosa abbiamo bisogno e integrarlo alla nostra identità. Sapendo chi siamo probabilmente cercheremo nell’ambiente le persone o le situazioni che potranno rispondere alle nostre richieste.  Se non attribuiamo più la responsabilità all’altro dei nostri bisogni, ma  recuperiamo il nostro potere, allora faremo il possibile per influenzare l’altro parlando di quanto la nostra richiesta è importante per “noi”.

Passiamo così dall’ottica del “rimprovero” a quella della libertà. Se l’altro non è disponibile ad ascoltarci o a soddisfarci non siamo impotenti perché abbiamo sempre la possibilità di cercare altrove, rompendo la relazione o trovando soluzioni creative.        

 

Per sostenere la coppia ad “alienarsi” dalla figura con cui i partner sono identificati (es. rimprovero, lotta di potere, disprezzo, ecc.) e per fare emergere dallo sfondo nuove figure, è utile introdurre il processo di identificazione e alienazione.

Il concetto di “identificazione e alienazione” fa parte della tradizione della Psicoterapia della Gestalt ed è uno strumento di lavoro utile per sostenere il processo di presa di responsabilità.

Identificarsi nell’altro vuol dire iniziare ad immaginare che ci possano essere altri punti di vista, esperienze, vissuti diversi dai nostri e poi riuscire ad identificarsi con essi riuscendo ad alienarsi dai propri. E’ un salto nel vuoto in quanto occorre lasciare momentaneamente alle spalle le vecchie sicurezze per inoltrarsi in un territorio nuovo, con risorse diverse che non conosciamo ancora.

Per far questo ci sono delle tecniche specifiche, ad esempio l’uso delle sedie in cui chiediamo ai partner di scambiare sedia e “diventare l’altro”. Spesso rimanere attaccati alle proprie identificazioni e non voler incuriosirsi dei vissuti del partner, significa aver bisogno di dimostrare che io ho ragione e l’altro ha torto. Riflette un’intenzionalità succedanea (conflitto di potere) e non un’intenzionalità di contatto. L’intenzionalità succedanea non è un movimento in cui siamo aperti e ricerchiamo il contatto in quanto non sono presenti le tre funzioni del sé, ma solo la funzione io e la funzione personalità. Una posizione del genere non è dialogica, mentre la coppia che arriva in terapia chiede di essere sostenuta a portare avanti il dialogo, l’intenzionalità che i partner vogliono ritrovare è dialogica, anche se poi ciò che mettono in atto è una relazione non dialogica, ma uno scontro di potere.

Lavorare sulle identificazioni e alienazioni vuol dire sostenere i partner non più ad agire le loro proiezioni, ma ad identificarsi e assumere la responsabilità delle loro proiezioni. Quando sono in un conflitto di potere agiscono le loro proiezioni accusandosi a vicenda: TU sei così, TU fai così, ecc. Nel momento in cui si riappropriano delle reciproche proiezioni rientrano nel dialogo. Non più: “tu sei così”, ma … “io sento questo”. 

Invece di parlare dell’altro, ciascuno inizia a parlare di sé e delle proprie ferite/frustrazioni in un modo che non sarà più accusatorio, ma che promuove l’ascolto e il sostegno reciproco. Il livello di aggressività cala notevolmente.

Una volta che ciascuno si riappropria della responsabilità di ciò che è e di ciò che sente, la coppia può dialogare sull’eventuale ri-costruzione della relazione, su basi diverse. 

Per concludere, imparare ad amare le parti dell’altro che ci fanno male e non ci piacciono è un obiettivo centrale nella terapia. Se riusciamo ad amarle la percezione dell’altro e di noi stessi si rinnova; avremo reintegrato le nostre proiezioni sviluppando un atteggiamento compassionevole verso le nostre stesse paure. Questo non vuol dire che smetto di voler cambiare il partner, ma che contemporaneamente posso amarlo così com’è.

 

BIBLIOGRAFIA

Bellini B. (2016). Verso una cultura dell’Eros. Psicoterapia e Società. Figure Emergenti n.2 http://www.figuremergenti.it/articolo.php?idArticolo=9872

Pizzimenti M. (2015). Aggressività e sessualità. Il rapporto figura/sfondo tra dolore e piacere. Milano: Franco Angeli.

Robine J.M. (2016). La psicoterapia come situazione. Figure Emergenti n.2 http://www.figuremergenti.it/articolo.php?idArticolo=9892

Salonia G. (1992). Tempo e relazione. L’intenzionalità relazionale come orizzonte ermeneutico della Psicoterapia della Gestalt. Quaderni di Gestalt, V, 8/9: 45-54.

Spagnuolo Lobb M. (2011). Il now for next in psicoterapia. La psicoterapia della gestalt raccontata nella società post-moderna. Milano: Franco Angeli.

 

 

 



[1] Per un approfondimento sulla teoria del campo si veda Robine J.M. (2016). La psicoterapia come situazione. Figure Emergenti n.2 http://www.figuremergenti.it/articolo.php?idArticolo=9892