Figure emergenti
MS2
Età dello sviluppo

Laboratorio di Arte Dinamico Relazionale: "Mettiamoci in gioco".

Workshop

Iride Pistacchio (Susanna Memè)

Abstract

Spesso i bambini chiedono le cose che sono più importanti anche per noi: autenticità, contatto, corporeità, gioco, bellezza. Ma spesso abbiamo dimenticato come fare ad esprimere queste caratteristiche, oppure nessuno ce l'ha mai insegnato. Il mantenimento o ripristino o della salute globale del nostro essere e del nostre essere nel mondo, passa attraverso queste importanti chiavi. Il metodo proposto dal workshop lavora a 360 gradi per ritrovarle o costruirle ex novo al nostro interno, senza barriere di età, di movimento, di comprensione, perché usa il linguaggio universale della sensorialità proprio del bambino e dell'artista, riempiendo il bagaglio personale di ognuno di esperienze, emozioni, pensieri che favoriscono la libertà di esprimere al meglio se stessi, qualunque sia il punto di partenza psicofisico e relazionale. Inoltre viviamo in un modo che paradossalmente ha incrementato i mezzi comunicativi per comunicare sempre meno. Lo scopo di questo approccio è di promuovere il dialogo generazionale, interculturale, integrativo delle diversità. L'approccio gestaltico è il filo rosso che unisce i diversi contributi a mediazione artistica, corporeo/immaginativa, cognitiva, relazionale.

 

Nel proporre questo workshop in relazione al tema del convegno "Incontrando i minori", ho utilizzato gli strumenti del mio bagaglio professionale, declinati nel metodo che ho chiamato Arte Dinamico Relazionale. Arte, per l'uso dei materiali e dei sensi fisici ed immaginativi, Dinamico, in quanto non può prescindere dal movimento, in tutte le sue espressioni, Relazionale per il focus sul contatto, la relazione, il dialogo e lo scambio tra le persone, le condizioni e gli oggetti del campo.

Per tradurre in forma più comprensibile questi concetti, descrivo in questo scritto la sequenza proposta nel workshop. Questa descrizione, in relazione al metodo è solo un esempio, ogni intervento cambia, anche se è realizzato mantenendone i canoni, in modo da adattarsi alle diverse circostanze.

In questo caso l'obiettivo del lavoro é quello di ri-sensibilizzare il corpo, per mettersi in gioco.

Come adulti siamo strutturati e abituati al nostro usuale modo di percepirci, spesso senza una reale presenza e consapevolezza del corpo. Se vogliamo invertire questo meccanismo, ritrovando l'apertura sensoriale del bambino, dobbiamo creare una rottura con gli automatismi, per poi dilatare, ampliare la nostra attenzione, favorendo così un ascolto profondo del nostro corpo, strumento continuo di arricchimento del sé a tutte le età. Nella dinamica usata, ogni partecipante, ad occhi chiusi e sulla base di una musica ritmica molto veloce, prima dinamizza il corpo scuotendolo a burattino, piedi incollati al pavimento, come se una mano lo tirasse con un filo su e giù dall'alto attivando, tramite lo scuotimento, tutti i segmenti corporei, per poi percepire ogni parte dopo questo shaker, con un'attenzione amplificata, osservando cosa é cambiato.

Trovo molto importante questo esercizio preparatorio, perché serve a staccare la testa e ritrovare il corpo. La fase successiva, sempre ad occhi chiusi, seguendo indicazioni verbali su una musica ariosa e leggera, prevede di lasciare affiorare movimenti spontanei, pensati. Questo ossimoro di qualità zen, crea presenza nel gesto, nutrendolo di coscienza ed energia e liberandolo dagli automatismi. In questa sequenza, piedi sempre incollati al terreno, la metafora é quella del movimento di natura vegetale, con radici al centro della terra e aspirazioni, protensioni, verso il centro dell'universo. È un riferimento alla filotassi, il principio dell'irrefrenabile spinta delle piante verso la luce, che le porta ad essere resilienti e a superare qualunque ostacolo pur di raggiungerla. I corpi del partecipanti sperimentano questa forza che arriva dal terreno e si muove verso tutte le direzioni possibili e vitali, in un tutt'uno di corpo, emozioni, sensazioni e pensieri. Anche questo esercizio è importante per portare la coscienza nel corpo, rendendolo sensibile, partecipato, abitato. Dopo aver sperimentato la forza delle radici nel terreno, ancora ad occhi chiusi, l'esperienza successiva è quella di passare dalla base sicura del terreno fuori di sé, a quella interna, dove possiamo imparare a sentire e ritrovare le nostre radici a qualsiasi latitudine siamo. Il territorio, la base, da esterno diventa interno, il movimento, complici gli occhi chiusi, diventa l'esplorazione della propria interiorità, geografia percorribile e auto-conoscitiva. Gli occhi chiusi sostengono un viaggio al di fuori dello specchio del giudizio, che spesso ci imprigiona e congela in immagini, allontanandoci dalla nostra parte più viva e vulnerabile. Sentire il corpo nel suo occupare diverse posizioni e forme nello spazio scontrarsi e incontrare altri corpi, energie, sensazioni, condotti da indicazioni e musica, allarga la percezione di sé.
La fase ancora successiva è fermare il movimento fisico, sdraiati o in un'altra posizione comoda, raggiungere con l'immaginazione altri luoghi e, saturi di sensazioni, come in un sonno ristoratore sognare/immaginare, allargando il viaggio ad un territorio senza spazio né tempo, senza limiti fisici o sensoriali che non siano quelli immaginifici. Ognuno esplora la propria capacità ideativa e creativa per progettare, progettarsi/proiettarsi fuori di sé e dei propri limiti abituali e potersi ri-creare. Come dice Prospero ne La Tempesta di Sheakspeare, forse anche noi... siam fatti della stessa sostanza di cui son fatti i sogni, come tali potremmo, nello spazio del sogno, modellarci e incontrarci senza pregiudizio.

Questo spazio nel quale poter andare attraverso un rilassamento guidato, è in qualche modo un fare la spola, andando dal reale conosciuto e solito, ad uno spazio sconosciuto, vuoto fertile, da dove poter lasciar emergere nuove e creative figure, ispirative per la fase successiva.

Ed è quindi dopo questa preparazione, che può essere inquadrata come lavoro di esplorazione di parti interne, che avviene il successivo contatto con materiali, i sensi desti e la mente aperta a più repertori ideativi. Ora ognuno è il più possibile pronto a cimentarsi liberamente con un'opera, da realizzare attraverso un gioco. In questo caso, ho proposto la realizzazione di un albero, lanciando il colore a tempera, con il pennello carico, su grandi fogli neri. La tecnica consente di attuare una piacevole scarica bioenergetica sul foglio, liberando forza ed energia nel farlo. I riferimenti di questo lavoro psicomotorio attingono sia all'arte contemporanea, con la cifra stilistica di J Pollok, sia alla rielaborazione teorico pratica dei linguaggi dell'arte, come lettura delle modalità percettive dell'essere umano. In particolare in questo faccio riferimento alla pluriennale esperienza e ricerca di Stefania Guerra Lisi, ideatrice del metodo della Globalità dei Linguaggi, a mio modo integrata nella formazione e pratica gestaltica, assimilate nell'ambito della Scuola Gestalt di Torino (SGT).

Un concetto importante sul quale ho personalmente ricercato negli anni, anche in relazione a percorsi riabilitativi per persone disabili, riguarda l'importanza di coltivare e aumentare il potenziale di scelta delle persone. Aumentare i repertori favorisce questo potenziamento. Per questo nel workshop la preparazione dei colori é avvenuta mediante una dinamica guidata: tramite indicazioni, nel giro di alcuni minuti, i colori di base sono stati accresciuti per il numero dei partecipanti e moltiplicati per tre, in quanto ognuno ha tre colori diversi da preparare. Avere uno spettro cromatico sufficientemente ampio, sostiene e autorizza l'individuo a scegliere e ricercare i colori e le sfumature più adatte a sé, con le quali incidere nella realtà, qui e ora.

Il risultato è appagante, ognuno può specchiarsi in un'opera che ha la bellezza del flusso spontaneo, manifestata apparentemente dal nulla, con la forza e l'originalità di risultati diversissimi, tutti di valore estetico oggettivo, oltre che soggettivo, essendo un'espressione vitale. Questo accade anche se si manifesta disagio: quando il flusso è libero dal giudizio, come per es con l'Urlo, di Munch, ci parla di quella bellezza che non è esclusività della gioia e sa giungere anche dai territori del dolore, trovando così una possibile via di autoregolazione organismica del disagio.

Ognuno può quindi identificarsi con un'opera che fornisce un buon rispecchiamento, riflettendo al contempo se stessi e il frutto di un incontro, come rapporto con altro da sé, luoghi, persone, situazioni, materiali. In questa fase il contatto è con quanto emerge dal processo, con il messaggio che arriva dalla riappropriazione di parti di sé attraverso l'identificazione. L'opera prende voce, parla con una sua espressione viva e distinta, attivando canali di scambio comunicativo tra le forze interne ed esterne in gioco. Dare voce alla propria opera attiva emozioni e canali affettivi importanti, fa uscire dall'isolamento. Ognuno identificandosi con essa può dire chi è e come si sente da quella prospettiva nel qui e ora, recependo e a volte scoprendo contenuti profondi, in un contatto autentico e diretto, percepito e partecipato dal campo del gruppo. Nel mostrarsi in uno spazio sicuro e condiviso, le parti in gioco attingono forza dalla vulnerabilità, sperimentata anch'essa come luogo nel quale poter stare, vuoto fertile, risorsa trasformativa e creativa, fonte di benessere e piacere. Quel piacere restituito dai volti dei partecipanti coinvolti, nella luce ed energia di occhi, corpi e parole in gioco e che può diventare com-piacimento per la bellezza d'insieme di opere, esperienze, contatti. Come spesso accade quando giocano i bambini, creano gli artisti, amano e folleggiano gli amanti.

 

Iride Pistacchio (Susanna Memè), psicologa, Gestalt counselor, ideatrice del metodo Arte Dinamico Relazionale, lavora con adulti, adolescenti, bambini e famiglie; responsabile dal 2001 del Dipartimento Educazione della Federazione di Comunità di Damanhur.