Figure emergenti
MS2
Età dello sviluppo

Ho scelto le parole

Workshop

Monica Prato

Abstract

Noi adulti siamo dei traduttori del mondo, per il bambino. Quando nasciamo attraverso lo sguardo di nostra madre cominciamo a trasformarci e costruirci come uomini e donne, negli occhi di lei iniziamo a percepirci e lentamente ad essere. La sua espressione del viso è come uno specchio, nel quale, guardandoci, impariamo prima di noi e poi del mondo. Dopo di lei ci saranno altri adulti che ci aiuteranno nella comprensione di ciò che ci circonda, altri che risponderanno ai nostri perché, che cercheranno di spiegarci le cose che ci attraversano. Non sempre un adulto però riesce trovare le parole. Tradurre a un bambino ciò che capita intorno a noi, può metterci in difficoltà. In qualche modo, rendere comprensibile un’idea, un vissuto, un’esperienza a un bambino ci costringe a risolvere e appianare la stessa prima dentro di noi. Obiettivo del workshop, attraverso un’esperienza in gruppo, cercare di trovare insieme le parole per poter dire, raccontare ognuno a suo modo attraverso strumenti ed espressioni diverse.

 

Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo

vidi salire un uomo con un orecchio acerbo.

Non era tanto giovane, anzi era maturato

tutto, tranne l’orecchio, che acerbo era restato.

Cambiai subito posto per essergli vicino

e potermi studiare il fenomeno per benino.

Signore, gli dissi dunque, lei ha una certa età

di quell’orecchio verde che cosa se ne fa?

Rispose gentilmente: – Dica pure che sono vecchio

di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio.

È un orecchio bambino, mi serve per capire

le voci che i grandi non stanno mai a sentire.

Ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli,

le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli.

Capisco anche i bambini quando dicono cose

che a un orecchio maturo sembrano misteriose.

Così disse il signore con un orecchio acerbo quel

giorno, sul diretto Capranica-Viterbo.

Gianni Rodari

(Un signore maturo, con un orecchio acerbo,

in Parole per giocare, Manzuoli, Firenze, 1979)

Quando ho cominciato a pensare al contributo che avrei voluto portare all’interno del convegno e cosa mi sarebbe piaciuto condividere del mio lavoro con i minori, mi sono venute in mente due prospettive presenti nel mio modo di fare terapia con i più piccoli entrambe legate all’uso della parola. Da una parte la mia passione per il racconto, la narrazione di storie, di fiabe, il linguaggio teatrale quindi quel magico intreccio di parole su parole che diviene suono armonico, appassionante per chi lo ascolta; dall’altra la difficoltà che spesso come adulti incontriamo nel momento in cui dobbiamo tradurre il nostro mondo ad un bambino, la complessità del dover trovare le parole giuste per dire a un bambino che… spesso vissuta da tutti quegli adulti - genitori, insegnanti, educatori -che ruotano intorno ai bambini e che con loro si relazionano quotidianamente.

Se all’interno dei gruppi di terapia con i minori, questa difficoltà è stata in qualche modo dribblata - in quel contesto infatti sostenendo il linguaggio tra bambini possiamo prendere liberamente a prestito le espressioni che scelgono di usare per descriversi e per raccontarsi trovando così un lessico più a loro misura – nella relazione tra adulto e bambino il lavoro invece è tutto da costruire. Uno degli esempi più classici che ben rappresenta quest’ultimo aspetto dell’uso del linguaggio è costituito dalla domanda che spesso i genitori rivolgono durante il primo colloquio, ovvero: come dico a mio figlio che dovrò portarlo dallo psicologo. Come gli parlo della preoccupazione, delle difficoltà che stiamo attraversando, di ciò che hanno notato gli insegnanti a scuola, come trovo le parole per descrivergli il suo disturbo (la parola DSA per esempio è molto usata a scuola, spesso i bambini con questa diagnosi non ne conoscono il significato), per spiegargli di cosa si occupa uno psicologo?

La maggior parte dei genitori, quando arriva a una consultazione per il figlio, è molto in ansia. Il confronto con lo specialista avviene dopo aver tentato diverse altre strade; è quindi molto bisognoso di contenimento e di risposte sicure e non è del tutto pronto a mettersi in discussione, anzi, il più delle volte rimette tutte le aspettative nelle mani del terapeuta, che risolverà la situazione e nelle mani del figlio, che farà di tutto per guarire.

Questa premessa è importante, perché il campo (1) condiviso che emerge da questo primo incontro è altamente intriso di apprensione/ricerca di soluzioni, inquietudine/sostegno contenitivo, ed è su queste basi che spesso si poggia la costruzione del primo contatto con la famiglia e la scelta conseguente delle parole da riportare a casa.

E’ pur vero che lavorare con la genitorialità vuol dire spesso ritrovarsi nello spazio del suggerimento, del consiglio, così come nel tentativo di arginare l’ansia può succedere di diventare direttivi; ma al di là di ciò che poi nella pratica ci ritroviamo a fare, una cosa importante è che non è possibile trovare le parole per qualcun altro.

La scelta delle parole adatte sta in quell’incontro, in quel dialogo; nella scelta di quelle parole, in quel tra c’è quella famiglia. La sua storia, la sua quotidianità. Ci sono le leggi, le consuetudini, la pratica che regolano il loro stare insieme giorno per giorno. Ci sono i sentimenti e la capacità di esprimerli propri di quel nucleo; ci sono i silenzi e l’impossibilità di sostenerli che appartengono a loro, ai loro nonni, ai loro antenati. Le parole che un genitore sceglie per il figlio, sono ciò che di me do a te all’interno della relazione che c’è tra di loro.

La terapia di un minore e della sua famiglia inizia anche da qui. Da questo parlarsi a tu per tu. Sia che il dialogo avvenga tra genitore e figlio nel qui e ora della seduta (qualora il primo colloquio sia fatto con il minore presente), sia nel caso in cui invece l’adulto venga invitato a fare un lavoro con la sedia calda per poter dire, esprimere, tirar fuori.Talvolta, quando la difficoltà sta nel non sapere come proporre al bambino un determinato argomento di cui si vuol discutere o non si è sicuri che la sofferenza osservata nel minore derivi da una certa causa (laddove le interpretazioni sul suo comportamento possono essere diverse e varie) è possibile suggerire ai genitori di utilizzare dei testi per sondare l’argomento e trovare insieme al bambino l’espressione più corretta per poterne parlare. Spesso ci capita all’interno dei gruppi di terapia di voler confrontare il gruppo su di un contenuto senza saper bene come affrontare il tema in questione.

La paura che il bambino esprime in alcuni contesti, la rabbia che non riesce a tirar fuori, la tristezza dovuta a una separazione o una perdita improvvisa, quel mondo fatto di emozioni e fantasie a tratti così difficile da raggiungere possono talvolta essere svelati per mezzo di una storia. Scegliamo così delle fiabe, dei racconti, delle affabulazioni che permettono ad adulto e bambino di entrare all’interno di una bolla, in cui il processo della scelta delle parole avviene in modo corale e condiviso.

La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo (2).

La narrazione permette da una parte al bambino un’identificazione e un’alienazione con i diversi personaggi, movimento che lo sostiene successivamente nel racconto di sé in prima persona, dall’altra facilita l’adulto nella scelta del linguaggio più appropriato da utilizzare per quel determinato argomento. Il racconto stempera e agevola l’incontro diretto tra adulto e bambino, portando entrambi in un’altra dimensione dove è possibile trovare insieme il modo più opportuno per potersi incontrare.

Più l’adulto riesce a sua volta ad entrare e a far sua la fiaba che sta raccontando, più è facile per lui avvicinarsi al mondo del bambino e una volta vicino trovare l’espressione più adeguata per potergli parlare. Non si tratta quindi solo di leggere qualcosa ad alta voce, si tratta di farsi permeare da un mondo fantastico dove viene abbattuto il muro che separa la realtà dalla fantasia e dove tutto diventa possibile.

Se l’adulto riesce a lasciare andare un po’ della sua adultità, sarà per lui più semplice dotarsi di quell’orecchio acerbo che gli permetterà almeno in parte di comprendere il mondo del bambino e di trovare le parole giuste per poterlo raggiungere.

Note

1) Faccio riferimento al concetto di campo descritto nel commento di G. Francesetti al Dialogo con Jean-Marie Robine Il campo e la situazione, il self e l’atto sociale essenziale in Quaderni di Gestalt, volume XXVIII 2015/2

2) Franco Angeli Tratto dal discorso che Gianni Rodari tenne quando fu insignito del premio H.C. Andersen per l'insieme delle sue opere. La medaglia Andersen gli è stata conferita durante il XII Congresso dell'International Board on Books for Young People (IBBY) svoltosi a Bologna nell'Aprile 1970.

 

Monica Pratopsciologa e Terapeuta della Gestalt, conduce gruppi terapeutici con bambini e adolescenti all'interno del centro Elman di Volpiano. Dal 2011 collabora con l'associazione Mamre, dove si occupa di minori e famiglie migranti. E' attrice all'interno di alcune compagnie torinesi, tra le quali il P.T.A.