Figure emergenti
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Età dello sviluppo

A Che Gioco Giochiamo?

Incontrare la famiglia nel gioco. Workshop

Elena Palladino

Abstract

Il primo campo di esperienza del bambino è il gioco, nel gioco conosce il mondo, dà voce al suo sentire emotivo, sperimenta i diversi modi di essere nel far finta di, impara a reggere le frustrazioni, impara a relazionarsi con l'altro... Noi, come adulti, usiamo come canale relazionale preferenziale la parola, parole che nell'incontro con il bambino spesso portano ad un'interruzione del contatto, ad un blocco comunicativo. Ciò è tanto più evidente in presenza di difficoltà: i genitori arrivano in terapia portando il bambino e il loro scoramento nel non sapere cosa fare, cosa dire, come comportarsi. Come sostenere il bambino nell'incontro con i genitori e i genitori nell'incontro con il bambino? Nel workshop attraverso un lavoro di gruppo che utilizzerà il gioco nelle sue varie forme, sperimenteremo modi diversi per sostenere l'incontro.

 
Il primo campo di esperienza del bambino è il gioco, nel gioco conosce il mondo, dà voce al suo sentire emotivo, sperimenta i diversi modi di essere nel "far finta di", impara a reggere le frustrazioni, impara a relazionarsi con l'altro. Attraverso il gioco il bambino comprende la realtà a lui esterna assimilando via via esperienze e accomodandosi ad esse ed è sempre attraverso il gioco che conosce, interpreta e controlla il proprio mondo interno trovando nel confine di contatto tra interno ed esterno un equilibrio che sostiene la crescita. Il gioco per il bambino rappresenta pertanto uno strumento che gli consente di sperimentare le sue capacità cognitive, affettive e relazionali attraverso le quali dà vita allo sviluppo della propria personalità.

Noi, come adulti, usiamo come canale preferenziale la parola, usiamo la parola per conoscere e raggiungere consapevolezze, per esprimere i nostri stati d'animo, per confrontarci, per incontrare l'altro. I nostri pensieri, il modo in cui continuiamo a dare un senso alle esperienze che facciamo è spesso fondato e influenzato da ciò che ci diciamo, dai nostri dialoghi interni. Come adulti ci appoggiamo sulla nostra funzione Personalità, considerata appunto una copia verbale del sé (Perls, Hefferline e Goodman, 1997, pp. 188-189).
Pertanto le modalità espressive, i canali comunicativi dei bambini e quelli degli adulti sono molto diversi e, a volte, tale diversità porta ad un non incontro. Ciò è tanto più evidente in presenza di comportamenti considerati inadeguati. Un bambino può essere agitato, non stare attento in classe e disturbare i compagni, sfidare continuamente le regole, chiudersi nel mutismo, urlare e piangere, non ascoltare, essere demotivato e apatico. Come adulti, il nostro canale principe è la parola, e tendiamo a chiedere, spiegare, confrontare; spesso il bambino si chiude di fronte alle nostre parole, interrompe il contatto, entra in uno spazio di maggiore confusione, si sente sbagliato, a volte cattivo. Il suo senso del Sé (cfr Violet Oaklander, Hidden Treasure, p. 27) si impoverisce, i suoi blocchi aumentano. Sicuramente trovare parole giuste, chiare, che possano essere comprensibili per il bambino è importante, ma nello stesso tempo diventa fondamentale recuperare quel lato ludico, che tutti possediamo (o abbiamo posseduto), per avvicinarci e farci sorprendere dal mondo del gioco. A volte i giochi possono essere incomprensibili, caotici, senza un apparente senso, ma hanno un valore simbolico molto elevato per il bambino perché lo sostengono nell'esprimere il proprio sentire emotivo, nel contattare i propri bisogni e nel trovare modi più adeguati per raggiungerli.

Cosa succede se, come adulti, ci lasciamo trasportare in questo mondo a noi così poco comprensibile? Cosa succede se abbandoniamo il nostro desidero di comprendere tutto e subito e di appoggiarci sulla parola? Possiamo rischiare di entrare in un vuoto che può diventare trasformativo?
Come terapeuti, in che modo, a partire da tali premesse, possiamo sostenere il bambino portatore di un disagio nell'incontro con i genitori e i genitori nell'incontro con il bambino?

I genitori arrivano in terapia portando il sintomo del bambino e il loro scoramento nel non sapere che cosa fare, cosa dire, come comportarsi. I genitori spesso sono cristallizzati nel loro tentativo di comprendere e hanno perso il piacere dell'incontro con il loro figlio. In queste situazioni i due canali comunicativi, verbale e ludico, anziché essere una risorsa diventano un limite, allontanano, separano. Far entrare il genitore in terapia è un modo per riscoprire la ricchezza della differenza, per sostenere l'incontro tra il gioco e la parola, per creare uno spazio di vuoto fertile in cui entrambe le modalità comunicative possano esistere. Uno spazio nel quale il genitore può riscoprire attraverso il figlio il "gioco che guarisce" e il figlio attraverso il genitore può dare un senso al suo agire e ai significati che quelle azioni hanno nella sua vita.

Durante il workshop attraverso un lavoro di gruppo abbiamo esplorato entrambe le modalità comunicative, viaggiando nel tempo per riscoprire sia il nostro essere stati bambini (i giochi che facevamo, il nostro modo di incontrare gli altri...), sia ciò che ci accompagna oggi come adulti, per arrivare ad un incontro dei due linguaggi ricco, sorprendente, portatore di sfumature molto diverse.
È lo stesso incontro, a volte magico, che avviene nella stanza di terapia quando il genitore si lascia toccare dal mondo fantastico del figlio, entrandoci e uscendone trasformato insieme a lui.

Bibliografia

Jesper Jull (1995) Il bambino è competente. Feltrinelli
Mortola P. (2006) Windowframes. GestaltPress
Oaklander V. (2006), Hidden Treasure: a map to the child’s inner self. London: Karnac.
Perls F., Hefferline R.F., Goodman (1997) Teoria e pratica della teoria della Gestalt. Astrolabio
Solter A. (1989) Helping young children flourish. Shining Star Press. Goleta, California
Winnicott D. W (2005) Gioco e realtà. Armando

Elena Palladino, psicologa - psicoterapeuta della Gestalt, lavora con bambini, adolescenti in sedute individuali e di gruppo. Si occupa di formazione agli insegnanti e di sostegno alla genitorialità.