Figure emergenti
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Esperienze

Accogliersi e accogliere

Il counseling come supporto e sostegno allo stare con gli altri

Nadia Bruno

 

L'autrice -  una Gestalt Counselor diplomata presso la nostra Scuola - condivide con noi la sua esperienza presso lo Sportello Accoglienza di Arcigay Torino, dove ascolta e sostiene tutti coloro che hanno bisogno di confronto e informazioni legati a temi come l’orientamento sessuale e l'identità di genere: il racconto è molto vivo e coinvolgente e ci porta a “toccare” storie a noi vicine, anche se a volte arrivano da molto lontano.

 

Quando mi è stato proposto di scrivere questo articolo, ero a pranzo con una mia amica e stavo raccontando cosa si fa in uno sportello d’ascolto e accoglienza. La mia amica mi ha proposto di mettere in parole ciò che le stavo dicendo...

 

Inizio col dire che questa è la prima volta che lo scrivo nero su bianco e ciò mi emoziona molto anzi, moltissimo.

 

Sono co-referente del Gruppo Accoglienza di Arcigay Torino, associazione che ha come scopo il sostegno alla realizzazione della totale parità tra individui a prescindere dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere. In questa realtà si è creato, ben prima che arrivassi io, lo Sportello Accoglienza, uno spazio accogliente di ascolto, sostegno e supporto per tutti coloro che sentono il bisogno di confrontarsi e di informarsi riguardo a temi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere.

 

Ho iniziato ad essere parte del Gruppo Accoglienza un paio di anni fa, spinta dal volermi mettere in gioco dalla volontà  non perdere il contatto con “l’Altro”, in un momento dove la mia situazione lavorativa era a dir poco deleteria per me. Vi racconto questo perché quello sfondo, il mio sfondo, ha contribuito in questo caso a far emergere una figura, importante per me, che era fare Gestalt integrando il counseling in qualche modo alla mia vita frenetica. Ero un po’ assetata di counseling, se così si può dire, e lo sportello mi sembrava un buon posto dove poter mettere in campo le mie competenze e iniziare a fare concretamente pratica di counseling.

 

Oggi molte cose sono cambiate nella mia vita, l’anno scorso ho cambiato lavoro, cedendo il passo ad un ritmo più lento, che mi permette di fare un lavoro “regolare” per guadagnarmi da vivere e nel frattempo creare un lavoro che vorrei diventasse il mio futuro, cioè fare la counselor a tempo pieno. Dico questo perché più di una volta mi sono ritrovata a battere i tempi, a dettare scadenze a me stessa e in questo riconosco che non mi sono ascoltata molto. È importante per noi, come professionisti, sapere dove siamo, ascoltando il nostro ritmo: chiedere a noi stessi qualcosa che non possiamo realizzare nel presente è come chiedere all’acqua di farsi terra. Impossibile.

 

Ma veniamo a noi: lo Sportello Accoglienza è uno spazio dove le persone possono approdare in un momento molto difficile della propria vita. Certo ci sono anche ragazzi che passano per avere semplici informazioni, ma quando arriva una persona che porta il suo carico fatto di timori, difficoltà e paure, bisogna essere pronti a sostenerla. Viviamo in un contesto sociale e in un Paese che ha ancora molto da imparare rispetto ai diritti e alla discriminazione di genere. Non abbiamo ancora una legge sull’omofobia. Molti ignorano il fenomeno declassandolo ad episodi di “semplice” violenza fisica o verbale. La legge da poco approvata rispetto alle Unioni Civili non ha incluso i figli delle persone omosessuali e non riconosce l’unione di due persone dello stesso sesso come “famiglia”, ma propone la definizione di “formazione sociale specifica”. Questi e molti altri aspetti hanno avuto e continuano ad avere un peso enorme per le famiglie omogenitoriali e per quelle che si creeranno nel futuro. Abbiamo bisogno di una legge e di una società più inclusiva e meno “tollerante”, che dia spazio al pieno diritto di ognuno. Non a caso molte persone si rivolgono allo sportello successivamente a vissuti connotati da episodi omofobici, discriminazione sessuale e di genere, privazione affettiva a seguito del loro coming-out.

 

Marcella* ci chiama al telefono, si sente che è una donna determinata. Prende appuntamento per la settimana successiva, ci sono io in quel turno. Mi colpiscono gli occhiali lineari e lo sguardo sicuro, gli occhi sono vivaci e anche un po’ preoccupati. Quando ci salutiamo sento la sua mano un po’ sudata, sarà agitata penso io. Iniziamo a parlare e mi accorgo di quanto sia importante per lei partire dall’inizio, raccontandomi tutta la sua storia. Suo figlio Giacomo le ha detto di essere gay lo scorso anno, a 16 anni, età decisamente volta al cambiamento in ogni fronte della vita. Lei e il resto della famiglia l’avevano già capito, ma aspettavano che Giacomo parlasse per primo. Marcella dice di essersi rivolta a noi perché ha scoperto che suo figlio si è fidato di una persona più grande di lui che però non lo lascia in pace; il ragazzo continua a ricevere le attenzioni di quest’uomo anche dopo avergli detto chiaramente di non essere interessato a lui. Marcella è molto turbata, ci racconta quanto scritto, ma quello che mi colpisce è che la sua attenzione è sempre verso Giacomo. Quella presenza piena verso il figlio si sente che è sostenente, nutriente. Tutti i passi “lucidi e di prassi” sono stati già fatti e quindi cosa cerca, di cosa ha bisogno? Gli porto questa riflessione e il suo “esserci” per suo figlio, la cosa più di tutte importante. Se lei non avesse seguito il suo istinto forse oggi non saprebbe cosa fare per aiutare questo ragazzo. Lei mi guarda, sorride, vedo comparire una lacrima che spinge via... mi dice “io vorrei aiutarlo di più, vorrei che lui parlasse con qualcuno per potersi confrontare… ecco perché sono qui”. Sento calore, sento presenza, vicino la mia “collega” di turno che è attenta e presente, ci guardiamo... parlo io: “Bene, allora sei nel posto giusto, se vuoi puoi parlarne con tuo figlio e vedere se vorrà venire da solo per frequentare un po’ il gruppo giovani… per te, per il tuo sostegno ti do il contatto di un’associazione che si chiama Agedo la conosci?” Continuiamo a parlare, le spiego un po’ di cose, ma soprattutto la porto a riconoscere quanto ha già fatto per suo figlio, per lei, per la sua famiglia. Le dico quanto sia importante la presenza dei genitori per i ragazzi e quanto non sia per nulla scontata. Marcella mi sorride, dice che è contenta di essere passata. Mi saluta abbracciandomi questa volta, non l’ho più vista, ma spero stia bene e prima poi di incontrarla di nuovo.

 

Alex* è gambiano e arriva in accoglienza insieme al suo educatore Michele, in accordo con la cooperativa che si occupa di lui. Michele* ci racconta di aver capito che qualcosa non andava rispetto al comportamento di Alex: non fa molta amicizia con i suoi coinquilini, non parla molto e spesso preferisce stare da solo. Isolandosi a seguito dell’udienza avuta con la commissione rispetto alla richiesta di asilo nel nostro paese, l’educatore viene a conoscenza della storia di Alex, fatta di violenza e pericolo in quanto omosessuale. Nel suo paese d’origine, prima ancora del carcere, la violenza viene già esercitata dalla propria famiglia e dalla comunità. Alex arriva e non ci guarda negli occhi. Appena Michele va via, inizia a parlare in inglese. Io che l’inglese lo conosco poco gli chiedo di rallentare e soprattutto stabiliamo un ritmo preciso, fatto di racconto –traduzione. Alex porta il suo vissuto, la sofferenza, le lacrime. Ci racconta la sua storia, la sua fuga, ci fa vedere le cicatrici delle percosse, ogni tanto lo fermo per la traduzione e per stabilire un contatto con lui con l’aiuto dell’altro ragazzo che è con me in turno e che parla inglese e traduce per me. Avverto tristezza, dolore, immobilismo. La sua voce è monotona, guarda un punto fisso, ogni tanto rivolge il suo sguardo verso di me. Quando parla non lo capisco, ma sento. Sento il dolore, la sofferenza, il bisogno di svuotarsi. Il campo si fa denso, le parole fluttuano nell’aria. Mi accorgo di questo, sento che ho quasi smesso di respirare. Ho pienamente accolto la confluenza che mi ha portato ad un contatto con lui, flebile, lontano, ma mi sento come costretta, immobile. Che faccio ora? Il mio compagno di lavoro è rapito dal racconto, concentrato nella traduzione. Io inizio a muovermi sulla sedia, mi tocco, mi ascolto. E vorrei avvicinarmi... quindi lo faccio. Avvicino un po’ la sedia, mi schiarisco la voce e gli parlo nuovamente, più presente a me stessa, meno proiettata verso di lui. Guardo il mio compagno, parliamo in tre e Alex inizia a guardarci. Non si può racchiudere un vissuto così in un solo colloquio, quindi passata un’ora Michele fa capolino, ci salutiamo, lui ringrazia e va via.

 

Alex è venuto molte volte allo sportello, ripercorrendo la sua strada, il suo vissuto, si è dato la forza di andare avanti e sperare nel futuro. In quanto omosessuale da sempre discriminato nel proprio paese, qui in Italia sta avendo modo di essere più consapevole, il suo umore è migliorato e ha trovato nuovi amici grazie all’associazione. Grazie al suo percorso di accettazione, che continua, la richiesta di asilo politico per discriminazione sessuale nel proprio paese d’origine è stata accolta. Quando è venuto a dircelo aveva nuovamente le lacrime agli occhi e questa volta di felicità! Naturalmente per chi mi conosce sa quanto anche io in questo caso abbia pianto.

 

Essermi formata come counselor mi dà la possibilità di sostenere più pienamente l’incontro con l’altro evitando ad esempio le interpretazioni e cercando sempre un dialogo chiaro fatto di confronto con la persona che mi sta davanti. Inoltre cerco di non farmi influenzare troppo da cosa la persona porta, ma mi soffermo più sul come porta i suoi vissuti, non dando mai per scontato nulla di quello che la persona racconta, anche se sembra poco influente rispetto al resto. Scelgo di stare nel “qui e ora” e soprattutto di starci insieme. Per me questo è ascolto attivo ed è la base su cui poter creare insieme a chi mi sta davanti un buon dialogo emotivo. Non ho mai la certezza che la persona torni più volte. Magari farà dei passi da sola e prenderà la sua strada, magari tornerà per raccontarmi com’è andata rispetto alla settimana precedente. Ogni incontro risulta unico e irripetibile e sta alla persona trarne il meglio per sé.

 

Come counselor e come individuo so che c’è molto da fare e che voglio far parte di un processo per cambiarlo in positivo, favorendo uno spazio fatto di calore, crescita e confronto.

 

*I nomi sono stati cambiati per preservare le persone coinvolte