Figure emergenti
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Pratica e Teoria

La crescita nel campo organismo ambiente

Iride Pistacchio (Susanna Memè)

Nel presente articolo, alcuni temi cari ad approcci molto diffusi in campo evolutivo  vengono correlati a postulati gestaltici, come ad esempio il concetto di base sicura della teoria dell’attaccamento, che viene messo in relazione al concetto di sfondo, inteso come elemento che può essere o no sostenente nel processo di crescita. In questo senso anche le figure di riferimento e di cura, possono farsi sfondo fertile alla relazione e alla crescita del sé, in diversi ambiti. Nei contesti terapeutici, di counseling o educativi, è molto importante aiutare la persona a definire le proprie esigenze e i propri bisogni, mettendo in luce quale intenzionalità di contatto esprime per soddisfarli, se autentica o succedanea. Quest’ultimo concetto, ovvero l’intenzionalità succedanea, così definita da M.Pizzimenti, viene qui messo in correlazione con il falso sé di Winnicot. Scopo di questo itinerario comparativo tra definizioni provenienti da approcci diversi, trovare similitudini e convergenze in buone prassi e teorie utili nel campo dello sviluppo, perché possano aiutare a valorizzare le differenti autenticità esprimibili da ognuno, nel contatto fra sé e l'ambiente.

 

"Per crescere un bambino ci vuole un villaggio"
Antico proverbio africano


Nel mio percorso con la Gestalt, applicata al lavoro con le famiglie ed i minori, ho sempre dato molta importanza all'ambiente. Sono interessata a cercare i fattori che sostengono maggiormente lo sviluppo dell'autonomia nel bambino. Senza una base sicura iniziale (Bolwby, 1989), è difficile avere il coraggio di allontanarsi ad esplorare il mondo. Allargare i propri orizzonti vuol dire aggiungere le risorse necessarie per la crescita del sè, reperibili nella miriade incessante di contatti organismo ambiente formativi alla vita. Mahaler e Bion identificano bene questi bisogni di sicurezza e contenimento del cucciolo umano, che nasce "prematuro" ed ha bisogno ancora di tempi e di un contenitore/utero esterno, di maturazione fisica, emotiva e cognitiva, per completare il suo sviluppo e quindi potersi separare/individuare o nascere sul piano psicologico e dei processi mentali. Questa transizione delicata del primo periodo, continua a tappe in tutto lo sviluppo e poi prosegue con la crescita e l'evoluzione individuale sino agli ultimi giorni di vita. Un ambiente fertile, favorevole alla crescita, come un susseguirsi di matrioske contiene al suo interno, in forma organica ed autoregolata, la relazione del cucciolo umano con le prime figure di accudimento, la famiglia allargata, la società e gruppo di appartenenza, la cultura di riferimento etc... fornendo, in questo sistema di contenitori via via successivi, riparo, calore, nutrimento e significati. Oltre a quello biologico materno iniziale, questi ulteriori "uteri" simbolici, sociali, affettivi, psicologici, emozionali, culturali, consentono il susseguirsi di nascite, su tanti piani, di parti del sé dell'individuo, nella perenne crescita evolutiva, che avviene ogni qualvolta una tappa o una maturazione è raggiunta (S.Guerra Lisi, 1999).

Per la mia pratica professionale, questo sfondo teorico di base, assimilato prima con la formazione presso la Scuola Gestalt di Torino (SGT), e poi arricchito da ulteriori integrazioni di altri contributi teorico pratici che potessero essere assimilabili come buona Gestalt, è diventato la mia stessa natura, il mio modo spontaneo di essere nel mondo, nella vita e nella professione, nei percorsi di crescita e cura allargati a tutto l'arco di vita della persona, in un'ottica di lavoro di rete e di sviluppo di comunità. Negli ultimi venticinque anni in particolare, l'aspetto comunitario ha coinvolto direttamente la mia vita, anche come esperienza personale, aggiungendo questo background a quello precedente, nato nell'orientamento clinico, politico e sociale del pensiero basagliano e delle politiche volte a favorire le pari opportunità in tutti gli ambiti.

In relazione al mio primo orientamento di vita, la mia esperienza fa capo alla progettazione di servizi per disabili, costruiti con l'intento di fornire rispecchiamenti positivi, in particolare per quanto riguarda il raggiungimento di una sufficiente funzione di adultità da parte della persona disabile, perché potesse transitare da un ruolo di eterno bambino, a quello di soggetto attivo, persona che nel suo contesto di vita possa assumere ruoli apprezzabili e utili, quali che siano. Questo passaggio, nella mia esperienza, viene favorito dal creare cornici di senso, come fossero uteri, sfondi buoni nei quali rinascere in nuove identità, perché contenuti, gestati, in un progetto/sogno, nella funzione di rèverie della madre (Bion W.R, 1962b). Questo consente alla persona che parte con uno svantaggio, di esistere evolutivamente, nella mente di chi la vede e la pensa in termini di sviluppo dei potenziali residui, cioè oltre il lutto della perdita del bambino/adulto ideale, quindi potendone incontrare le diverse abilità, tutte da esprimere e far fiorire. Questo ha voluto dire per me progettare luoghi formativi, pensati come le antiche Botteghe rinascimentali, in grado di riverberare valore e bellezza in chi ne fa parte, abile o disabile, perché ognuno integrabile alla pari, in piccoli segmenti dell'intero processo, organizzato in aspetti relazionali, affettivi e produttivi, nel loro insieme gestalticamente composti in un tutto gruppale superiore alla somma delle parti, dove ognuno si può ri-trovare e ri-specchiare. Questo funzionamento crea un circolo virtuoso che parte da aspirante/apprendista/collaboratore/collaboratore esperto e va a maestro. All'interno di questo percorso, per approssimazioni via via implementabili, il maestro può essere a sua volta superato dall'allievo, capovolgendo ruoli e paradigmi. In questo progetto, persone diversamente abili sono diventate esperte in vari processi di lavorazione, perché attratte dalla conquista di una nuova identità, tramite il raggiungimento di una specifica competenza, diventata campo fertile di ricerca e ampliamento del proprio sé. Il progetto ha previsto fasi nelle quali le persone diversamente abili, si sono sperimentate nel portare le loro competenze, in laboratori rivolti alle scuole. In questo modo è stato possibile dare un riferimento positivo alla classe e agli eventuali bambini o ragazzi disabili al suo interno, modificando così la lor visione del futuro, in un cambio di percezione del disabile, non più solo visto come soggetto di cure a vita, ma anche come diversamente abile e competente nelle sue aree di sviluppo e di crescita. Questo impianto metodologico si basa sul presupposto di far emergere preliminarmente qual è la domanda del soggetto, ovvero quale intenzionalità di contatto esprime la persona diversamente abile in quel contesto, cosa desidera davvero, elemento spesso coperto da strati di intenzionalità succedanea (M. Pizzimenti, 2015, p 32). Trovare le aspirazioni profonde, al di là delle capacità, delle aspettative ambientali o delle menomazioni, è un perno fondamentale per proseguire nel progetto, in quanto il desiderio attiva parti che sono in grado di vicariare limiti psicofisici anche fortemente invalidanti. Possiamo in qualche modo ipotizzare che la funzione del desiderare, dell'aspirare a, possa creare organi fisici ed energetici al posto di ciò che manca, cioè se desidero poter fare una cosa e sarò adeguatamente sostenuto dal mio ambiente, riuscirò a farla, a trovare soddisfazione al mio scopo, impegnandomi al massimo per quel risultato. Al contrario, se ho altri bisogni da soddisfare, anche se apparentemente ho tutte le carte in regola, se non sento quel ruolo o non mi interessa quel tipo di risultato, di relazione, di integrazione sociale ed affettiva che offre, è perfettamente inutile forzarmi in quella direzione.

Questo sfondo teorico usato nella pratica di progettazione nell'ambito della disabilità, credo abbia senso anche nel campo della comunità sociale più ampia, ambito di cui mi occupo attualmente. Da decenni siamo passati da una società contadina, più organica e legata alla terra, (M. Loiacono) che forniva riferimenti chiari e definiti al prezzo molto alto dei suoi aspetti repressivi e limitanti, ad una società priva di riferimenti certi (Z. Bauman, 2003), liquido caos da riorientare in nuove forme del vivere, cooperare, abitare lo spazio, il tempo e i significati della nostra condizione umana, ridisegnabili dai nuovi immaginari che potranno emergere. Infatti se consideriamo l'esperienza dell'incertezza,  nella sua forma sociale, oltre che individuale, anche per una società è possibile fare l'esperienza di passare dal caos al "vuoto fertile", incontrando oltre alla confusione, le nuove figure da esso emergenti (F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman, 1951, 94-95) “L’individuo capace di tollerare l’esperienza del vuoto fertile, sperimentando fino in fondo la propria confusione e che riesce a diventare consapevole di tutto quanto richiama la sua attenzione (allucinazioni, frasi interrotte, sentimenti vaghi, strani) avrà una grande sorpresa, vivrà probabilmente un’esperienza “Ah, ah!”; all’improvviso apparirà una soluzione, un insight fin ad ora inesistente, un lampo di comprensione o percezione”.

Lavorando con i giovani e le famiglie, mi confronto con la diversità degli ambienti attuali rispetto al passato, col sospetto che questa diversità sia in fondo solo relativa. I cortili di ieri sono le piazze virtuali di oggi. Vederli in termini peggiorativi allora forse può essere una visione parziale per il limite di esserci immersi come attori coinvolti in contemporanea. Se invece osserviamo a livello puramente fenomenologico, quello che c'è nel qui ed ora della nostra contemporaneità, esso ha qualcosa da raccontare per come è, al di là di una valutazione positiva o negativa. In questo senso, nel campo attuale, uno dei fenomeno emergente sembra essere quello della tendenza a ingurgitare e a consumare a ciclo continuo relazioni, oggetti ed esperienze, tendenza agita diffusamente nel confine contatto con la vita, in un'ansia di riempimento di vuoti trasversale a tutti, senza limite di età, genere, classe sociale, appartenenza (M. Loiacono). Questo fenomeno, che in una prima accezione può sembrare un limite, in se stesso ha già i segni della cura. Il modo di vivere attuale, privilegia la ricerca di oggetti, di immagini, di dipendenze da sostanze e da comportamenti che si creano nello sforzo disperato di riempirci di qualcosa, ma che, come riempimento giunto dall'esterno, non riesce mai a soddisfarci. Affrontare questo vuoto, questo bisogno, è un cambio di direzione che richiede coraggio e ambienti sufficientemente sicuri, supporti necessari per con-vertire la marcia e affrontare lo spaesamento che percepiamo al nostro interno, senza scappare o nasconderci, facendo l'esperienza trasformativa di attraversare la paura ed incontrarlo. Per poterlo fare davvero dobbiamo essere allenati e guidati nelle diverse età e nei diversi ambiti, da figure che la maggior parte delle volte non sono più presenti nel nostro tessuto sociale, come gli anziani saggi, le guide sociali e spirituali delle società più organiche, oggi in parte sostituite da terapeuti, counselor, insegnanti, genitori o semplicemente adulti maturi, preparati ed esperti, che ci aiutino a non aver paura della frontiera con noi stessi e a superare la fatica nella danza tra noi ed il mondo.


Spesso contattare il proprio centro è un'impresa difficile. Come succede che facciamo fatica a farlo e a manifestare le nostre intenzionalità più autentiche? Per Perls gli introietti che sostituiscono il nostro sentire a favore di un adattamento creativo all'ambiente, distorcono la nostra intenzionalità di contatto, mentre M. Pizzimenti la chiama intenzionalità succedanea, M. Loiacono individua questo aspetto come all'origine di ciò che chiama disagio diffuso, nell'accezione di dis-giacere, etimologicamente allontanarsi da sé e Winnicott falso sé: “la madre non sufficientemente buona non è in grado di rendere effettiva l’onnipotenza del bambino e non smette dunque di venirgli meno invece di rispondere al suo gesto. Al suo posto vi sostituisce il proprio, che non avrà senso se non attraverso la sottomissione del bambino, il bambino viene indotto ad essere compiacente ed un Falso Sé condiscendente reagisce alle richieste ambientali e l’infante sembra accettarle... crescendo e diventando bambino, diventa proprio come la madre, la balia, la zia o qualsiasi persona che in quel momento domini la scena... Il bambino che ha avuto una madre sufficientemente buona può ora cominciare a godere l’illusione della creazione e del controllo onnipotente per poi giungere gradualmente a riconoscere l’elemento illusorio, il fatto di giocare e di immaginare”.

Quindi ambienti che favoriscano e incoraggino l'essere se stessi sin da bambini, consentono il raggiungimento delle tappe graduali per assimilare i limiti della realtà e contemporaneamente consolidare la propria unicità in un'attitudine di apertura al gioco ed all'immaginazione, incontrando, conquistando nel flusso vitale, la propria graduale autonomia: "come momenti progressivi, fasi di un cammino evolutivo di maturazione, preparazione al contatto: acquistano in altre parole, una loro sequenzialità, una loro funzione ed intrinseca positività"... (Salonia, 1989).

Di contro, l'esperienza del falso sé, dal mio punto di vista, potrebbe essere in parte assimilata a quello che in Gestalt definiamo essere l'alienazione delle proprie parti autentiche, a favore di un adattamento creativo all'ambiente del momento. Questo processo è pagato a caro prezzo, riduce il proprio potenziale. Se gran parte di quanto sentiamo nostro, profondo ed autentico, viene distorto o sepolto, non sappiamo più chi si siamo, se non in relazione ad un immagine, un doverismo, (Perls) un ruolo, in un'ipertrofia della funzione personalità. Il nostro funzionare nel mondo non attinge più dalla pienezza della presenza, perde di spontaneità e immediatezza. L'intenzionalità che sarebbe scaturita dal sentire qui e ora il corpo, i miei bisogni e desideri al confine/contatto, devia e si traveste di altro, diventa succedanea (M. Pizzimenti). L'io è narcisisticamente cortocircuitato su sé stesso, obbedendo ad una richiesta di essere in un determinato modo, richiesta che non proviene dalle proprie radici, ma è costruita in noi dalla paura di vederci ed essere visti per come siamo. Allo stesso tempo tradire noi stessi provoca un sentimento di vergogna per la mancanza di autenticità e di coraggio, un sentirci falsi, sbagliati e per questo non degni di amore. Pur se posizione adattiva e scelta obbligata in età infantile, la sottomissione alle richieste esterne e il conseguente allontanamento da sé, (Lo Jacono) genera in alcune parti di noi retroflessione e senso di vergogna, un sentirsi nudi nella propria vulnerabilità di fronte al tradimento di se stessi ed in altre parti la necessità di proiettare sull'ambiente sentimenti di ribellione e di odio per quanto mina la nostra integrità. Nella mia mente si affollano immagini di sguardi di ragazzi smarriti, spenti dalle droghe o dagli psicofarmaci, o arrabbiati e feriti, in perenne sfida, alla ricerca di scontri e confini, in un costante rischio di infrangersi, pur di potersi sentire in relazione con qualcosa che possa reggere, tenere e fungere così finalmente da contenitore.

Durante la crescita, uno sfondo integrativo ambientale sufficientemente buono, sostiene il bambino, il ragazzo e l'adulto nella continua sfida ai limiti delle proprie capacità, esperita nel processo di contatto. Se questa funzione non si esprime in forma equilibrata nei primi anni di vita, può comunque essere nuovamente regolata in nuovi contesti intenzionalmente orientati, dando forza alle funzioni autoriparative dell'organismo, per ricreare il miglior equilibrio omeostatico possibile, qui e ora. Questa fede nel potenziale auto curativo della persona è un concetto molto ampio, pur non intendendo affrontarlo in questa sede, lo considero come un'importante chiave della salute, sfondo percorribile per terapeuti, counselor, insegnanti, genitori e tutte le figure competenti nelle loro professioni o ruoli. Ricorda che ciò che ci rimane dopo l'apertura del vaso di Pandora, dal quale escono tutti i mali del mondo, è la speranza, ovvero quella visione che, nonostante tutta la fatica ad incontrare il dolore e il disagio, non fa abbandonare l'altro nella sua apparente irraggiungibilità (Francesetti, Gecele 2011) fornendo presenza e sostegno per affrontare insieme, con coraggio, ciò che di volta in volta serve per superare gli ostacoli e crescere.

 


Bibliografia

Margaret Mahler, Fred Pine, Anni Bergman (1978), La Nascita Psicologica Del Bambino, Bollati Boringhieri

F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman (1971), Teoria e pratica della terapia della,Gestalt, Astrolabio

Mariano Loiacono Verso una nuova specie, disagio diffuso, salute e comunità globale, Edistampa Nuova Specie.

Mariano Pizzimenti, a cura di (2015), Aggressività e sessualità il rapporto figura/sfondo tra dolore e piacere, Franco Angeli.

Wilfred R. Bion (1996), Apprendere dall'esperienza, Armando

Donald Winnicott (1965), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando.

Francesetti G., Gecele M., a cura di (2011). L'altro irraggiungibile. La psicoterapia della Gestalt con le esperienze depressive. Milano: Franco Angeli.

S. Guerra Lisi - L. Bianchini (1999), Dal grembo materno al grembo sociale, Berti

J. Bolwby (1989), Una base sicura, Raffaello Cortina.

G. Salonia (2008), La Gestalt Therapy e il lavoro sul corpo, per una rilettura del fitness, in S. Vero, Il corpo disabitato. Semiologia, fenomenologia e psicopatologia del fitness, Franco Angeli.

Zygmunt Bauman (2003), Modernità liquida, Laterza.