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Radici

La Gestalt e il campo

Individuo, gruppo e ambiente.

Nicole Bosco

L’intenzione del presente articolo è quella di far emergere alcune tra le possibili connessioni teorico-pratiche e culturali, a partire da alcuni “saperi” che costituiscono lo sfondo della terapia della Gestalt, come: la psicologia della forma, la fenomenologia e l’esistenzialismo. Il fuoco del discorso qui presentato ruota attorno al concetto di campo.

 

Nella pratica gestaltica riferirsi al concetto di campo o più precisamente all’esperienza di campo è consuetudine (almeno presso la nostra Scuola di Torino), più complesso invece si fa il discorso quando si cerca di dare una definizione dello stesso.

In tal senso alcune domande possono sostenere la riflessione:

-          Che cosa s’intende per campo? Una dimensione psicologica, soggettiva, o intersoggettiva?

-          Che rapporto intercorre tra l’individuo, l’ambiente e il campo?

 

Nei Principi di psicologia topologica (1936, trad. it. 1977) Kurt Lewin presenta la teoria del campo. Secondo l’autore lo studio della psiche deve partire dall’analisi del campo psicologico formato dall’individuo e dall’ambiente.

L’individuo, in cui si distinguono una personalità interiore e una personalità percettivo-motoria, volta verso l’ambiente esterno, si colloca al centro di un campo di forze ambientali che lo modificano e grazie a lui si modificano. Il comportamento dell’individuo è funzione dello spazio di vita, ossia della sua interazione con l’ambiente psicologico, di cui egli ha un’esperienza soggettiva più o meno cosciente.

All’interno del campo l’attività si svolge in termini di energia psichica con tendenza all’equilibrio del sistema. Quando sorge una tensione, indice di un bisogno, si attiva un processo per giungere ad un nuovo equilibrio attraverso la via più breve.

Lo studio delle interazioni psicologiche tra l’individuo e l’ambiente permette, secondo l’autore, non solo di descrivere una situazione, ma anche di prevederla; tale possibilità si è rivelata molto utile nella psicologia sociale e anche come mezzo di controllo e gestione delle dinamiche di gruppo. Il gruppo secondo Lewin non è un insieme di persone ma una totalità dinamica.[1]

L’autore estendendo la visione gestaltica della percezione alla psicologia sociale, interpretò il comportamento del gruppo come espressione della situazione globale di campo, determinata dai campi psicologici dei singoli membri, dai canali di comunicazione e dai sottogruppi.

Tra i concetti principali presentati da Lewin, vorrei porre particolare attenzione al concetto di contemporaneità che sembra essere simile al concetto fenomenologico che il tempo è presenza «qui e ora». Ossia lo psicologo afferma che un campo psicologico, ad un determinato momento, contiene anche i modi di vedere dell’individuo e del gruppo. Tutto il loro passato e il loro futuro, desideri, aspettative, paure etc ... Questa visione è ciò che differenzia in modo sostanziale il lavoro gestaltico nei gruppi o con i pazienti in seduta, dagli altri approcci, in quanto non si chiede al cliente di narrare la propria storia o di ricostruire la propria anamnesi, ma si sta con ciò che emerge nel qui ed ora, in un presente carico di passato e di futuro.

Al cliente in seduta di solito non si chiede come si era sentito in quella situazione passata, ma come si sente o cosa sente ora, in questo momento,

nel condividere quell’ esperienza con il counselor o il terapeuta.

Continuando ad intrecciare le fila della riflessione di Lewin, però emerge che la posizione di un osservatore (ad es. il counselor) in un campo non è solo un’attitudine passiva di testimonianza.

Essa è in sé e per sé una life experience. Si è sempre in qualche modo osservatori partecipanti.

Il problema è stare in relazione con l’oggetto di esperienza senza perdere il contatto con esso e allo stesso tempo senza che il campo ci alieni completamente.

L’osservatore (terapeuta/counselor/supervisore ecc..) appartiene al mondo che egli osserva, il suo stesso corpo (sensi, emozioni, pensieri) sono collegati con l’oggetto di osservazione. Egli è parte del mondo materiale intorno a lui (presupposto fenomenologico).

Qui con il termine fenomenologia ci riferiamo alla dottrina e al metodo filosofico inaugurato da E. Husserl verso la fine dell’Ottocento.

Husserl definisce la fenomenologia un «ritorno alle cose stesse», ai fenomeni non come apparenze, ma come manifestarsi originario della realtà nella coscienza.

Il procedimento fenomenologico esige che ogni giudizio venga sospeso (epoché), e che ogni teoria venga posta tra parentesi affinché il fenomeno emerga nella sua genuina datità essenziale.                                                  

Dunque il nostro stesso campo di osservazione è influenzato dal nostro modo di osservare il campo.

Le percezioni sensoriali non sono sufficienti per trasmetterci la natura della «cosa in sé» come diceva Kant. Ma noi possiamo sempre descrivere il fenomeno così come ci appare. Ciò conduce al concetto di campo fenomenico.

L’idea di campo fenomenico è descritta da M. Merleau-Ponty nella Fenomenologia della percezione (1945, trad. it. 2003). Il filosofo sostiene che la nostra visione delle cose è sempre animata da un senso che la indirizza in un particolare modo verso «lo spettacolo del mondo» così come verso la nostra stessa esistenza.

Ciò che importa è cogliere la particolare relazione tra le differenti parti del «paesaggio» e tra questo e la stessa persona che le osserva e tutto ciò che avviene in rapporto a noi come corpo.

Importante è mettere a fuoco però cosa intende Merleau-Ponty per corpo:

l’interpretazione fenomenologico–esistenziale intende il corpo come corpo-proprio, la cui funzione è quella di permettere la complessa vita percettiva del soggetto.

L’attività percipiente del corpo non dipende solo dai limiti e dalle possibilità del suo funzionamento organico, essa dipende anche e soprattutto dal corpo vissuto e dal corpo rappresentato: da ciò che l’individuo pensa che il proprio corpo sia e dalla rappresentazione culturale di esso.

Ogni cultura elabora una visione del corpo e delle sue attività. L’anoressia, ad esempio, non è un fenomeno riscontrabile in tutte le società; oppure il carcere - che è una micro-cultura della società - ha una propria rappresentazione della corporeità e dell’uso del corpo. Tra i detenuti è alto il tasso di autolesionismo, ogni atto di protesta o di dolore passa attraverso il proprio corpo.

Il corpo organico è una sollecitazione su cui ogni cultura elabora un sapere, esso è una costruzione simbolica, non una realtà in sé.[2]

Sentire, vedere, cogliere e distinguere i dati del mondo naturale non sono schemi automatici di risposta, ma modi culturali di relazionarsi al mondo naturale; per esempio, la società attuale sostiene l’apprendimento e la conoscenza soprattutto a livello di immagini visive, ossia privilegia la vista a discapito di altri sensi. Basti pensare alla pubblicità o ai mezzi tecnologici. E’ anche una questione di adattamenti, cosa accadrebbe se avessimo l’olfatto molto sviluppato con il livello d’inquinamento a cui siamo sottoposti?

Oppure quali emozioni associamo ai sensi? Anche questo sembrerebbe essere un fatto molto più culturale che individuale o naturale. Se è vero che nella nostra società abbiamo perso l’abitudine al contatto fisico, immaginate cosa possa succedere se si chiedesse ad un gruppo di persone di avvicinarsi e di annusarsi. Probabilmente alcune sarebbero imbarazzate e altre sperimenterebbero sentimenti come la vergogna.  

Dunque per tornare al campo fenomenico con Merleau-Ponty viene posto il problema della relazione, non si può fare filosofia solo dell’oggetto, né filosofia solo del soggetto: io - l’altro – le cose nella loro relazione determinano il campo fenomenico.[3]

Vi è dunque una continua relazione tra il soggetto e il mondo, in Gestalt ci riferiamo al concetto di campo e di dipendenza:

Nessun individuo è autosufficiente, l’individuo può esistere soltanto in un campo ambientale. L’individuo è inevitabilmente, in ogni momento, parte di qualche campo. Il suo comportamento è una funzione del campo totale, che comprende sia lui che l’ambiente. La natura del rapporto tra lui e il suo ambiente determina il comportamento dell’essere umano. (Perls, 1969, trad. it. 1977, p. 27)

Il concetto di campo esprime inoltre il principio gestaltico secondo cui il tutto è diverso dalla somma delle parti. Perls nel testo: L’io, la fame, l’aggressività (1942, trad. it 1995), cita un esempio interessante quando si riferisce alla scatola degli scacchi ove i singoli pezzi rappresentano la visione isolazionista ma nel «campo» della scacchiera rappresentano la concezione «oli-stica», ossia i processi delle parti che sono determinati dall’intrinseca natura dell’insieme.

 Se, ad esempio, si considera in un’ottica di campo il manifestarsi di alcuni comportamenti considerati patologici, è inevitabile coglierli in relazione all’ambiente e al contesto socio-culturale, di cui sono parte. Se a fine ‘800 l’isteria trovava un proprio significato in una certa cultura o classe sociale, oggi altri adattamenti creativi come il disturbo borderline di personalità o gli attacchi di panico corrispondono ad un campo (in questo caso socio-culturale) che in qualche modo sostiene tali adattamenti. Dunque affrontare questi adattamenti come gestaltisti vuol dire considerarli all’interno di un sistema e aver la volontà di comprenderli nel loro insieme come fenomeni che dipendono non solo dai singoli individui che li esprimono, ma da individui costantemente in relazione in un campo.

La stessa esperienza si può verificare all’interno di un gruppo: ciò che emerge, ad esempio la reazione di un partecipante o l’emozione di un altro, avrà a che fare con il processo di quel gruppo. L’elemento che invece si diversifica è il significato e il vissuto che i singoli individui riconoscono o riconosceranno a quell’esperienza.

Come counselor assumere il discorso fin qui dispiegato per me significa lavorare in gruppo o in seduta individuale in un’ottica di campo. Ovvero ciò che accade ad una cliente durante la seduta (comportamenti, bisogni, desideri, emozioni, sensazioni, pensieri etc …) avrà a che fare anche con il fatto che si sta relazionando con me non con un’altra persona o un altro counselor in un dato momento e in un preciso luogo. Questa esperienza è definita intersoggettività, in senso husserliano è la possibilità del soggetto di andare verso, di mutare posizione. L’intersoggettività è la consapevolezza del fatto che l’io si scopre costituito dalla relazione con gli altri io, esiste in quanto esistono altri io ed è possibile relazionarsi con essi.

La relazione comporta un andare verso l’altro e un ritorno a se stessi, in uno scambio d’influenze reciproche, in cui il soggetto può essere più o meno aperto all’altro. In altre parole è ciò che in Gestalt è possibile definire attraverso il ciclo di contatto.

  Come counselor con le mie esperienze di vita, con il mio qui ed ora sosterrò in modo consapevole ed inconsapevole il determinarsi della situazione nel suo insieme. L’essere in situazione, come sostengono gli esistenzialisti, non è un adattarsi alle circostanze, ma riconoscersi nella propria responsabilità e libertà. Ove a definire la situazione sono sempre i soggetti e non le circostanze, i limiti o gli ostacoli non sono tali se il soggetto non li vive come tali. E’ in questa prospettiva che si offre la possibilità della co-creazione, anche per la singola seduta. 

 

 

[1] Secondo Lewin, a partire da questa premessa, la dinamica di gruppo si costituisce non solo come ambito di studio, ma anche come strumento di intervento sociale rivolto al cambiamento e alla soluzione dei problemi della vita sociale; si tratta della cosiddetta ricerca azione, che sfrutta il clima di collaborazione che si instaura tra i membri del gruppo per elaborare fattive strategie di intervento nella società.

[2] Si veda a tale proposito l’interessante rilettura e analisi nel testo: Il corpo, di Galimberti U., Feltrinelli, Milano, 1983

[3] Merleau-Ponty M. (1945), Phénoménologie de la perception, Librairie Gallimard, Paris (trad. it. Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, 2003 pp.101-102-103).

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Clarkson P. (1992), Gestalt Counseling, Sovera Multimedia, Roma.

Galimberti U. (1983), Il corpo, Feltrinelli, Milano.

Husserl E. (1972), La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il saggiatore, Milano, (opera postuma pubblicata nel 1954).

Lewin K. (1936), Principles of topological psychology, Mc Graw-Hill, New York (trad. it. Principi di psicologia topologica, O.S., Firenze, 1977).

Merleau-Ponty M. (1945), Phénoménologie de la perception, Librairie Gallimard, Paris (trad. it. Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, 2003).

Perls F. (1977), L’approccio della Gestalt, Astrolabio, Roma.

Perls F. (1995), L’io, la fame, l’aggressività, FrancoAngeli, Milano.

Sartre J-P. (1943), L’être et le néant, (trad. it. L’essere e il nulla, il Saggiatore, Milano, 1970).