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Pratica e Teoria

Il lavoro con il gruppo alla Scuola Gestalt di Torino

Mariano Pizzimenti

L’intento di questo articolo è quello di sviluppare e mostrare il modo di lavorare con i gruppi insegnato nella Scuola Gestalt di Torino ai suoi allievi. Illustrerò il cambiamento epistemologico e di lavoro che ha contraddistinto il primo Perls e le fasi successive del suo pensiero, così come l’eredità che Ischa Bloomberg, suo allievo e mio maestro, si trovò ad approfondire nei numerosi anni di formazione di gruppo condotti in Italia (a Vignalino) e all’estero tra gli anni ‘70 e gli anni ‘90. Da queste basi teoriche e fortemente esperienziali nasce un metodo gestaltico di lavoro con i gruppi, declinabile non solo nell’ambito clinico, ma soprattutto in quello della formazione e in molti contesti sociali e lavorativi. 

 

Parlare dei gruppi mi riporta in contatto con due episodi estremi di cui ho fatto esperienza. Da una parte uno psicoanalista di Genova a cui mi ero rivolto nel 1980 per iniziare un'analisi personale, che alla mia domanda se facesse anche analisi di gruppo mi rispose : "Certo, anche se l'analisi veramente efficace è quella individuale, quella di gruppo la faccio solo perché è meno costosa per le persone, ma non raggiunge certo la profondità di quella individuale". Nel 1983 iniziai la formazione in Gestalt con Ischa Larry Bloomberg che, alla domanda se facesse anche terapia individuale, mi rispose: "Certo, la faccio perché non tutte le persone riescono ad organizzarsi per partecipare ad un gruppo, l'individuale è più facile in termini di tempo, anche se di tempo ne fa perdere di più perché è molto meno efficace del lavoro nel  gruppo”.

Questi due estremi ci parlano di un cambiamento epistemologico importante: da una parte l'idea che se isoliamo l'individuo dal mondo esterno, egli potrà più facilmente entrare in contatto con il suo mondo interiore e, grazie al rapporto col terapeuta, portarlo alla coscienza. Dall'altra l'esperienza che solo nel contatto con gli altri, col suo ambiente, l'individuo può fare esperienza del sé.

La Terapia della Gestalt sostiene che la cellula più piccola indivisibile è l'individuo nel suo ambiente. Se separiamo l'individuo dall'ambiente, otteniamo un topo da laboratorio, buono forse per una ricerca di cui beneficeranno altri, ma per cui non è possibile fare nulla di buono per la sua salute psichica e la sua soddisfazione. Anche in laboratorio, se si vuole lavorare sul benessere del topo e far crescere le sue capacità di adattamento, bisogna ricostruire il suo ambiente, solo allora il topo esprimerà se stesso.

Anche per noi umani funziona più o meno così.

Ischa sosteneva che non esiste la terapia individuale. L'unico ad averla fatta, secondo lui, è stato Freud che si è fatto terapia da solo, dopo di lui c'è stata solo terapia di gruppo, fatto spesso col più piccolo gruppo possibile, quello composto da due persone.

Questo è particolarmente vero per la Terapia della Gestalt, in cui - se parliamo di terapia individuale - il terapeuta non si pone come l'esperto che lavora sul paziente, ma come uno dei due soggetti presenti nella stanza che svolge una funzione diversa da quella del paziente. Io terapeuta divento, per quell'ora, l'ambiente del paziente, nel contatto col quale egli non potrà fare a meno di portare tutti i suoi introietti, di agire le sue retroflessioni, di giocarsi le proiezioni, di evitare, di confluire, di teorizzare ed idealizzare, di emozionarsi ed anestetizzarsi, insomma di sperimentare sé.

In quest’ottica, più noi riusciamo a riprodurre l’ambiente in cui la persona vive, lotta, si innamora, lavora, studia, si annoia, etc. etc. più possibilità abbiamo di costruire insieme a lui un’esperienza del Sé per così dire “ordinaria”, non speciale, non ideale.

Se guardiamo il lavoro di Perls, vedremo che ha sviluppato un grosso cambiamento nel corso degli anni, proprio nel modo di considerare, vivere ed utilizzare il gruppo. Nel primo Perls, quello del periodo di New York, il gruppo è essenzialmente un contenitore, spettatore, molto simile al coro delle tragedie greche (come dice Paolo Quattrini), che quindi svolge principalmente due funzioni: una di cassa di risonanza che amplifica il vissuto dell’individuo e l’altra, in contemporanea, di testimone che dà valore e sostanza all’esperienza che la persona fa. Se guardiamo i video del primo Perls, vediamo che il lavoro è fatto con l’individuo che, di volta in volta, si siede sulla “sedia calda” ed affronta -  sperimentandoli emozionalmente nel qui e ora della situazione -  i propri sospesi col passato e quindi con il mondo “fuori” dal gruppo. Quest’ultimo assiste, testimonia ed eventualmente dà feedback, cioè condivide le emozioni sperimentate durante il lavoro del compagno del gruppo: è il coro. Nel secondo Perls, quello del periodo di Esalen e successivo, le dinamiche tra i partecipanti del gruppo vengono sempre più valorizzate e “lavorate”, fino ad arrivare all’ultimo Perls che voleva solo costruire comunità e che pensava che la vita comunitaria, ispirata alla filosofia della Gestalt, diventasse “la Terapia”.

Ischa Larry Bloomberg, che fu tra quelli che lasciò New York e seguì Perls nella sua avventura a Esalen, ha portato in Italia questa visione del gruppo e l’ha ulteriormente sviluppata.

Ischa sosteneva che il lavoro di psicoterapia, di counseling o di formazione per diversi tipi di professionisti per essere veramente efficace, dovesse avvenire non solo in gruppo, ma anche in residenzialità. Nel suo modo sempre dissacrante, provocatorio, ma anche fortemente autoironico, egli era solito dire: “È nei bagni, che devono essere in comune, nei dormitori, nella cucina e durante i pranzi, le cene e le notti che avvengono le cose veramente importanti, noi durante le ore di lavoro di gruppo dobbiamo solo fare in modo che tutto quel lavoro prezioso non vada sprecato.”

Prima di approfondire questa affermazione faccio solo una breve digressione per chiarire come differenziamo nella nostra scuola il lavoro di psicoterapia da quello di counseling, di coaching e di formazione e che ricaduta ha questa differenziazione sulla visione ed esperienza del gruppo.

I lavori di terapia, counseling o formazione, sono diversi sotto molti aspetti.

Nella terapia c’è una presa in carico della sofferenza della persona che parte dal riconoscimento di mancanze, di “buchi” nello sviluppo della relazione con il suo ambiente. L’individuo  non  in grado di reggere l’ansia degli adattamenti che il vivere nel mondo gli richiede, gli mancano strumenti importanti: chiavi di comprensione della realtà attuale, strutture psico-somatiche di adattamento all’ambiente e modelli relazionali che non si sono sviluppati perché egli non ha potuto assimilare importanti esperienze del passato, in quanto troppo precoci e/o troppo dolorose e/o troppo paurose. Durante le sedute di psicoterapia il terapeuta co-costruisce col paziente esperienze attuali e significative che aiutano l’assimilazione delle esperienze “troppo” del passato, contribuendo al riempimento dei “buchi” e allo sviluppo di strumenti nuovi e adatti alla realtà presente del paziente.

Nel counseling la persona porta una sofferenza diversa, legata alla difficoltà di utilizzare gli strumenti di cui dispone. Il counselor non lavora sulle “mancanze”, ma sui “fraintendimenti” che ostacolano il cliente nella relazione col suo ambiente. L’assimilazione delle esperienze passate, anche di quelle difficili, è avvenuta, ma si sono sviluppati confusioni ed equivoci. Il lavoro si rifà principalmente al versante “educativo” della Gestalt particolarmente curato da Paul Goodman. Questo non vuol dire che alla persona viene “insegnato” ad usare meglio gli strumenti di cui dispone, ma che il counselor co-costruisce col cliente esperienze che lo sostengono nella capacità di auto-apprendimento.

Nel coaching il professionista “affianca” l’individuo nel lavoro di esplorazione delle difficoltà che incontra nel raggiungimento di un obiettivo condiviso, nell’identificazione delle risorse ambientali disponibili per sostenere l’obiettivo, nonché nella messa a fuoco degli adattamenti necessari per sviluppare nuove strategie efficaci per il raggiungimento dello stesso.

Le formazioni,  che siano in psicoterapia, counseling, coaching o miglioramento di capacità relazionali e di gestione dello stress all’interno di categorie professionali, hanno sempre l’obiettivo di trasmettere agli allievi delle competenze. In linea con la visione della Gestalt, questo avviene attraverso la co-costruzione di esperienze vive ed attuali, non simulate, in cui gli allievi sperimentano sulla loro persona (mettendosi in gioco personalmente) l’intervento del professionista, si coinvolgono in vere sedute di psicoterapia o counseling o coaching. Partendo dalle sedute il/la formatore/trice di turno, fa la supervisione e la costruzione teorica dell’approccio gestaltico. Nel prosieguo della formazione saranno gli allievi tra loro che si alterneranno nelle funzioni di professionista e di paziente o cliente e la costruzione teorica si appoggerà sempre sull’esperienza pratica.

Questo modo di lavorare soddisfa due criteri:

  • il primo di crescita personale, che si basa sulla convinzione che identificarsi con la funzione del professionista, sia un completamento del lavoro personale svolto, perché sostiene l’identificazione con la soluzione, di cui è portatore il professionista, alienandosi dal problema, di cui è portatore il/la paziente o cliente;
  • il secondo è formativo e si basa sull’assunto della Gestalt che l’eventuale danno o fraintendimento, non è nella persona ma nell’esperienza vissuta tra individuo e ambiente e la cura o riparazione o chiarimento può solo avvenire attraverso un’esperienza diversa tra individuo ed ambiente.

Uno degli obiettivi della Gestalt è che le persone imparino ad auto-regolarsi, ad assumersi la responsabilità della propria sofferenza, delle proprie scoperte, delle proprie emozioni, delle proprie difficoltà, ma questo processo non può essere individuale in quanto non può esistere un individuo in equilibrio ed autoregolato in un ambiente squilibrato e necessitante di regole imposte; quindi il lavoro di gruppo diventa una fondamentale esperienza di autoregolazione, cioè del processo di adattamento creativo: nel gruppo ogni individuo fa esperienza di come nell’adattarsi all’ambiente, contemporaneamente, lo modifichi e di come, a sua volta, l’ambiente, nell’adattarsi all’individuo, si modifichi e lo modifichi, in un processo di circolarità continuo.

 

Ma perché “le cose importanti avvengono nei bagni… etc. etc.”?

 

Quando noi facciamo una seduta sia di psicoterapia che di counseling, con una persona al centro di un gruppo lei ha intorno a sé osservatori, spettatori “partecipanti”, appunto un coro. Se il lavoro riguarda il mondo al di fuori del gruppo e se quei colleghi sono “esclusivamente” colleghi, una parte di performance sarà inevitabilmente presente, il “velamento”, cioè l’attenzione a non mostrare di noi ciò che non riteniamo adeguato alla situazione, sarà facilitato ed inoltre avremo più facilmente un “lì e allora” piuttosto che un “qui e ora”.

Ma cosa succede se un gruppo di persone si incontra regolarmente per alcuni anni vivendo insieme per tre giorni al mese tutti i mesi? Nei bagni, in cucina, nei dormitori, il “velamento” diventa sempre più difficile e la performance anche. Cominceranno ad emergere le “ordinarie” dinamiche relazionali: simpatie, antipatie, collaborazioni, rifiuti, innamoramenti, gelosie, invidie, aggressività, sessualità, visioni cristallizzate delle relazioni tra i sessi, etc. etc. Il modo in cui le persone si muovono nel mondo diventerà molto evidente in questa micro-comunità rappresentata dal gruppo. A questo punto la sessione di lavoro in gruppo e in residenzialità diventa un’occasione incredibile per accendere il riflettore della consapevolezza su dinamiche individuali, di coppia e di gruppo, vive ed attuali: padri, madri, mariti, mogli, amanti, fratelli, sorelle, amici, colleghi, vicini di casa, tutta la varietà delle relazioni si riprodurrà nel “qui e ora” della situazione.

Questo è il nostro modo di intendere il lavoro di gruppo quindi che anche se stiamo facendo, ad esempio, un lavoro di identificazione/alienazione, in cui chiediamo ad un partecipante di proiettare su una sedia una persona della sua vita e di dialogare con lui/lei - magari per chiudere un sospeso del passato - il lavoro non sarà mai solamente questo ma, si porterà anche, in successione o contemporaneamente, l’attenzione a come quella dinamica e quel sospeso si ricrea col formatore e/o con le persone del gruppo, il comportamento appreso in “quella” relazione ed in “quel” tempo, sia vivo ora ed in questo luogo (metterei più semplicemente si attualizzi nel “qui ed ora” del gruppo): è in questa attualizzazione che la persona può dare dignità alle proprie emozioni, vivendole non davanti a degli spettatori, ma tra persone significative per lei e per la sua vita.

È in questa realtà viva e carica di significato che l’allievo ha la possibilità di esplorare nuove possibilità esistenziali nel gruppo: infatti il gruppo rappresenta contemporaneamente un luogo rischioso, perché fa emergere senza scampo come l’individuo si muova nel mondo e come il mondo si muova con lui, ma è anche un luogo estremamente protetto perché il gruppo ha un obiettivo comune che è quello di imparare con persone che non fanno parte del proprio ambiente senza interessi da difendere che sono lì per sostenere e ricevere sostegno: per crescere insieme.

Il nostro lavoro è sempre “contemporaneamente” individuale e di gruppo, intrapsichico e di campo. Il gruppo, inteso nel modo sopra descritto, sviluppa una propria funzione Es, una propria funzione Io ed una propria funzione Personalità e noi formatori, nel momento in cui entriamo a fare parte del gruppo durante un seminario, entriamo a fare parte ed influenziamo queste funzioni. È importante tener presente che quando, durante una seduta noi incontriamo ad esempio l’Es della persona, stiamo anche sempre incontrando l’Es del gruppo. Faccio un esempio. Se sto facendo una seduta con una partecipante al centro del gruppo e  mi accorgo che nel resto del gruppo  - che fa da osservatore - circola sonnolenza, ciò che avviene tra me e la partecipante e ciò che avviene nel resto del gruppo sono eventi collegati tra di essi. Probabilmente tra me e la partecipante sta avvenendo della confluenza, cioè stiamo evitando di fare emergere qualcosa di scomodo per entrambi, ed il resto del gruppo è entrato in confluenza con noi, evita ad esempio di intervenire nella seduta dando valore alla perdita di interesse e lo manifesta con la sonnolenza. Quello che avviene tra me e la persona stimola una partecipazione “patica” in tutti i presenti (in questo caso simpatica [1]) e l’Es del gruppo esprimerà questa partecipazione prima che gli individui la consapevolizzino. Se io formatore mantengo sempre l’attenzione contemporaneamente sia all’individuo che al gruppo, cioè sia alla figura che allo sfondo, potrò cogliere queste espressioni dell’Es, le variazioni che avvengono nel campo e ciò mi darà importante materiale di lavoro su di me, sulla persona che ho davanti e su tutto il gruppo.

Questo concetto di “contemporaneità”, che ho più volte ripreso, rappresenta un elemento caratterizzante della visione della nostra scuola. Esso chiarisce l’importanza del confine di contatto nell’esperienza figura/sfondo. Noi non possiamo mai mettere a fuoco due figure contemporaneamente, ma solo alternativamente e separate da un “tra”, ma vediamo sempre contemporaneamente la figura e il suo sfondo, solo che la visione della figura è messa a fuoco e quella dello sfondo è vaga e indistinta, ma non potremmo mai mettere a fuoco una figura se contemporaneamente non percepissimo anche il suo sfondo e il modo in cui mettiamo a fuoco una figura dipende dallo sfondo da cui emerge. Un albero che emerge su uno sfondo di prati verdi, cielo terso e lontane montagne bianche di neve, lo percepiremo in modo contemporaneamente diverso da un albero che emerge su uno sfondo di fabbriche, fumi di ciminiere e case grigie e polverose. Allo stesso modo è completamente diversa l’esperienza del lavoro con una persona in un gruppo attento, partecipativo e pieno di empatia, che da quella che avviene in un gruppo dove le persone dormono o guardano il cellulare o parlano distrattamente tra loro. Il confine di contatto è ciò che ci permette di percepire “contemporaneamente”, non possiamo metterlo a fuoco, ma ne percepiamo gli effetti, perché è proprio questa sua doppia funzione di unire e separare che ci permette la contemporaneità della percezione con messa a fuoco diversa dell’individuo e del gruppo.

In un gruppo comprendiamo l’importanza di pulire lo sfondo: questo significa fare emergere e risolvere i sospesi e i non detti presenti tra le persone del gruppo, ma anche nutrirlo, cioè dare valore alle dinamiche di cui il gruppo si fa portatore, i ritardi, i pettegolezzi, gli amori, le antipatie, le atmosfere. Più lo sfondo è ricco e nutrito, più le figure che emergeranno saranno in grado di reggere l’ansia dell’incontro con la novità e la trasformazione. 

 


[1] Con simpatia intendiamo quel fenomeno per cui l’emozione e generalmente il comportamento di una persona stimola in me una risposta emotiva che apparentemente a poco a che fare con ciò che sperimenta l’altra persona, per esempio la persona può piangere ed io posso provare sonnolenza. Questo generalmente rappresenta uno svelamento di un’intenzionalità non espressa, che riguarda sia me (per esempio c’è una paura che non voglio incontrare) che l’altro (ad esempio il suo pianto potrebbe essere manipolatorio). Diversamente nell’empatia il collegamento della mia emozione con quella dell’altro è evidente perché è come se io guardassi il mondo attraverso i suoi occhi.