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Il lavoro onirico nella psicoterapia della Gestalt

Presentazione di Andrea De Lorenzo Poz

Paola Bolognesi, Simona Colucci, Valentina Muzio, Elisa Rita Romanelli, Laura Vanzillotta

 Tu prova ad avere un mondo nel cuore

e non riesci ad esprimerlo con le parole, 

e la luce del giorno si divide la piazza

tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,

e neppure la notte ti lascia da solo:

gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro. 

Fabrizio De Andrè, “Un matto”

 

Le parole dei poeti, come quelle citate qui sopra, sono quelle che ci portano maggiormente in contatto con l’immediatezza delle immagini, con la forza delle nostre rappresentazioni, dell’elemento irrazionale presente in noi.

 


Il sogno sembra avere le medesime caratteristiche e per questo diventa sovente uno strumento potente ed efficace all’interno del lavoro terapeutico.

 

 

Paola Bolognesi, Simona Colucci, Valentina Muzio, Elisa Rita Romanelli, Laura Vanzillotta, allieve terapeute della nostra scuola al momento in cui la tesi fu scritta, oggi colleghe terapeute della Gestalt, descrivono in modo chiaro ed efficace le modalità di lavoro e alcuni degli “sguardi” possibili sull’elemento onirico.

 


La trattazione si snoda attraverso le interviste fatte a cinque formatori della nostra scuola: Franco Gnudi, Carla Martinetto, Gianni Francesetti, Monica Prato ed Elena Palladino (le ultime due che rispondono alle domande come coppia di co/conduttrici). Sulla base di quanto raccontato e in relazione alle esperienze di lavoro raccolte l’uso psicoterapico dell’elemento onirico viene descritto in riferimento a differenti modi di intenderlo e portarlo: come crescita personale, come racconto e come messaggio da mandare e da rileggere insieme in ambito psicoterapeutico, come spazio in cui entrare in contatto con la follia, come possibile modalità di scambio nel contatto con i bambini.

 

Prendiamo a prestito le parole usate dalle autrici: “Definire il sogno non è semplice, poiché fa parte di un mondo “altro”, in cui vi sono regole diverse dal mondo “reale”, in cui viviamo nello stato di veglia. Nel sonno l’inattività del corpo e del pensiero logico-verbale permettono di sganciarsi dalle regole spazio temporali e dalle norme sociali in cui si è incasellati nella vita diurna, attivando quello che in linguaggio psicoanalitico è definito “processo primario”, caratterizzato dalla visione eidetica e dalla connessione del verbale con il pre-verbale.


Proprio per questa sua natura eidetica ovvero per il suo contatto con le immagini l’elemento onirico pare rimandare ad una sorta di "gruppalità", infatti riprendendo le parole di F. Perls citate all’inizio del lavoro di tesi: “Una volta Freud, parlando del sogno, lo definì la via regia all'inconscio. Da parte mia sono convinto che il sogno sia in realtà la via regia all'integrazione”.


Lo scritto a cui vi vogliamo introdurre evidenzia bene come il sogno, se portato, condiviso e ri-letto in terapia, rimandi ad una possibile e auspicata nuova integrazione di parti interiori, di scambi in una relazione, di comunicazioni avvenute o abortite all’interno di un gruppo.
Sempre e comunque appare evidente l'elemento dello scambio, sia esso intrapsichico, interrelazionale, o connesso a un tessuto di relazioni più ampio ed esteso.

 

Con le parole di G. Francesetti le autrici ci ricordano infatti che: “è ben diverso raccontare un sogno a se stessi, al terapeuta o al gruppo..”; proprio perché “il sogno è considerato soprattutto un messaggio del sognatore per il suo interlocutore (sia esso terapeuta, gruppo e via dicendo);...”. Che si tratti di un messaggio per noi stessi e quindi di un viaggio di crescita, che si parli di un rinnovato contatto con aspetti di noi fortemente irrazionali e quindi per lo più silenti o nascosti nel nostro quotidiano, che sia una delle possibili modalità di scambio con l’età fanciulla o che diventi eminentemente una comunicazione trattenuta che trova una nuova via di espressione, il sogno resta comunque un elemento relazionale e di scambio che rimanda ad un pluralismo di immagini alla ricerca di integrazione e di rinnovata comunicazione. In tal senso il sogno ci parla della gruppalità in modo molto netto ed evidente; esso si conforma, nel suo raccontarsi ed essere raccontato, come rinnovata tensione all’incontro, come slancio verso l’inappagato e quindi come ricerca di una novità possibile: il contatto nella sua accezione più propriamente gestaltica.

 

Spesso all’interno dei lavori di gruppo gestaltici i sogni portati dai partecipanti vengono utilizzati come sogni di gruppo: il sognatore/partecipante “presta” e “offre” letteralmente e generosamente la sua funzione es e la sua capacità immaginativa che diventano espressione del gruppo stesso.
La tesi lo evidenzia in modo chiaro nel citare l’intervista fatta alle formatrici Monica Prato ed Elena Palladino: “Prato e Palladino fanno riferimento a questo proposito al periodo di formazione a Maruja (luogo in cui si tengono sovente i gruppi residenziali della scuola Gestalt di Torino): i sogni portati in tale occasione erano espressione della condizione particolare del sognatore in relazione al campo, pertanto il sogno aveva anche un valore collettivo”.

 

L’orizzonte stesso in cui questo scritto nasce, si fonda e si esprime è proprio quello del gruppo: quello di formazione esperienziale che ha condotto le autrici a diventare terapeute della Gestalt. La curiosità in merito al tema e il lavoro di integrazione collettivo sembrano muoversi in parallelo nel gruppo di formazione che ha fatto da sfondo, da contenitore delle esperienze e da collante delle relazioni, in correlazione col “lavoro corale” che contraddistingue il sogno.

 

Certamente il sogno è un’esperienza del corpo, radicata e dipendente dal corpo quando esso si trova, per quel che sappiamo, in uno stato particolare: il sonno. Parafrasando le parole di Norman Liberman possiamo dire che si può pensare al gruppo come a un corpo – anche se falso biologicamente [“Oltre la sedia bollente”; Roma 1996].
La lettura che ci viene proposta tramite le interviste e i commenti correlati ci raggiunge quindi, oltre che con l’interesse tecnico e contenutistico, anche con il forte rilievo del lavoro collettivo e dell’integrazione corale.

 

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