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Interviste

Intervista "Teoria, gruppi e organizzazione"

Michal Lewandowski, IAK Poland - Intervistato da Piergiulio Poli

Michal Lewandowski, Piergiulio Poli

All’interno di una ricerca sui tratti specifici della nostra scuola rispetto ad altre ho voluto confrontarmi con un professionista di una Scuola molto lontana, almeno geograficamente. In questa intervista con Michal Lewandowski esploriamo il ruolo della teoria nell’insegnamento della Gestalt, il processo di identificazione dis-identificazione con il gruppo e la funzione formativa della comunità allargata di professionisti ed ex-allievi. 

Michal Lewandowski - Terapeuta della Gestalt, Coach di dirigenza ed esperto di cambiamento organizzativo. Formato in Gestalt e Organisational Development alla Scuola di Cracovia. E’ il Direttore di un’agenzia di formazione e sviluppo aziendale IAK Polonia, parte di IAK International. Il suo lavoro è focalizzato sulla resilienza di leaders, teams e sistemi.  http://michallewandowski.com.pl 

Article in the original language (English) 

 

Piergiulio: Come sai all’SGT stiamo ricostruendo la storia della Scuola e stiamo cercando di fare emergere una teoria in grado di  rappresentarla. Parlare con te mi aiuta in quanto tu provieni di una  diversa tradizione gestaltica, potremmo fare un confronto; tu sei sia un terapeuta che un formatore in un contesto diverso da quello italiano. La nostra scuola nel passato produceva ben poca teoria, negli anni le cose sono cambiate, ma la nostra tradizione è quella. Qual'è la tua esperienza nell'istituto di formazione di Cracovia dove sei stato formato?

 Michal: Nella mia formazione ho visto parecchi stili usati per insegnare Gestalt. Per me i metodi migliori si basano sull’osservazione del processo, lavorando sui processi che sorgono nei gruppi senza avere in mente una teoria ma lasciando che la teoria emerga da ciò che sta accadendo nel gruppo. Questo è un metodo di lavoro che è davvero peculiare della terapia della Gestalt e che ci differenzia dal resto delle altre scuole. Forse le persone che lavorano secondo la trazione della Bioenergetica di Lowen, usano un metodo simile al nostro ma sono molto più concentrati sul corpo mentre il nostro approccio è più incentrato sulla relazione. Le scuole psicodinamiche generalmente non lavorano traendo ispirazione direttamente dai processi e usando poca teoria e sicuramente neanche la Psicoterapia cognitivo comportamentale lo fa.

Secondo me, il modo di insegnare basato sui processi, dove noi usiamo la nostra esperienza personale e quella del gruppo nel qui-e-ora per sviluppare la consapevolezza che possiamo poi mettere in relazione alla teoria della Gestalt, fa parte della mia identità di Gestaltista. Allo stesso tempo trovo che il modo in cui insegniamo la Gestalt sia davvero stimolante. Lo stimolo proviene da entrambi, dagli studenti e dagli insegnanti.

Come conduttori dei gruppi dobbiamo avere interiorizzato profondamente la teoria della Gestalt. Ho conosciuto numerosi insegnanti ma solo alcuni di loro utilizzano il gruppo e i processi per insegnare la Gestalt. Alcuni sono molto capaci a collegare ciò che sta accadendo nei gruppi con la teoria. La questione risiede nel fornire un quadro più ampio all'esperienza, di metterla in relazione ai diversi aspetti della terapia della Gestalt. Lavorare partendo dai processi evitando la teoria presenta dei pericoli. In alcune casi sono in grado di percepire la differenza tra i due tipi di conduttori durante i training e i workshops.

 

Piergiulio: In pratica a che serve lavorare in un gruppo senza insegnare la Gestalt...

Michal: Naturalmente lo scopo è quello di insegnare la terapia della Gestalt. Io apprendo la Gestalt facendone un’esperienza profonda, solo in questo modo la sento e capisco. L'abilità richiesta dai trainers è quella di fondere l'esperienza diretta con la loro  conoscenza teorica. Questo suona come un paradosso: i trainer della Gestalt hanno bisogno di interiorizzare la teoria ma allo stesso tempo bisogna che siano anche capaci di farne a meno. Se tu fai un lavoro di gruppo senza la teoria, tu stai facendo un qualcosa che forse sostiene la crescita, potrebbe anche essere terapia ma  tu non stai spiegando qual'è il significato di ciò che sta accadendo nel processo secondo una prospettiva gestaltica. Sai, durante i training, molti studenti dicono: “io ho fatto una grande esperienza di crescita, ma cosa diavolo è la Gestalt?”  La grande capacità nell'insegnare la Gestalt risiede nel sapere quando è il momento di creare uno spazio affinché una persona possa costruirsi un significato del tutto personale e quando è il momento di fare teoria per ampliare il significato di quell’esperienza.

 

P: Che funzione ha la lettura nel training dei conduttori gestaltici? Dove imparano le basi teoriche della Gestalt?

M: penso che sia un processo di sviluppo costante. Leggi, conduci dei gruppi e osservi gli altri trainer che insegnano: ogni cosa si somma all'altra. Questa multidimensionalità non è facile da ottenere in Polonia. Ci sono pochi libri di Gestalt scritti in polacco e tanti Conduttori della Gestalt non parlano l'inglese; di conseguenza è molto difficile per loro approfondire la conoscenza della Gestalt. Hanno una grande esperienza come trainers ma spesso non scambiano il loro sapere ed esperienza in un campo più vasto [internazionale]. Forse in Italia è più facile perché la Gestalt ha una presenza maggiore rispetto alla Polonia.

 

P: Pure da noi per alcuni formatori non era fondamentale leggere libri. Cacca-di-mucca (Bullshit) o cacca di elefante. Il pensiero di questi formatori era che i testi hanno poca connessione con quello che facciamo, pensiamo e sentiamo.

M: al tempo di Perls credo che ciò fosse vero, l’approccio che usavano allora è completamente diverso da quello che usiamo noi. Credo fosse adatto ai tempi in cui la Gestalt si andava affermando. Un approccio di questo tipo non è necessariamente adatto a ciò che è venuto dopo. Oggi abbiamo una forte e dinamica comunità gestaltica in tutto il mondo. Molti professionisti condividono le loro esperienze e i loro pensieri e ciò può essere di grande ispirazione per tutti. Non usare questo potenziale, per me vorrebbe significare restare attaccato a modi di fare vecchi e non adatti al nostro tempo. Naturalmente noi siamo quello che pensiamo e sentiamo in questa realtà soggettiva, ma per me la Gestalt ha anche il significato di incontrare gli altri. Inoltre per la crescita personale come terapista della Gestalt  è molto importante ed utile entrare nelle proprie emozioni, diventare più consapevoli, in quanto dobbiamo lavorare con persone che hanno i loro pensieri, le loro emozioni, la loro realtà. Possiamo incontrare alcune persone anche attraverso i loro scritti e possiamo costruire una forte identità di noi stessi nella relazione con gli altri [includendo quelli che scrivono libri]. Inoltre questo dell’incontro con l'altro con le sue diversità, la creazione di comunità con le differenze e le somiglianze, è il tema caldo dei nostri tempi, non solo per la Gestalt: la Gestalt non riguarda l'isolamento ma la connessione (tra persone). L'aspetto relazionale dell'approccio Gestaltico ha cominciato ad essere molto importante e dinamico ultimamente e io credo che questa sia la nostra grande forza come gestaltisti e ciò può essere il nostro importante contributo nell'attuale e sempre più diviso pianeta.

 

P: Ritornando al modo di insegnare in Gestalt, noi lavoriamo molto sulla identificazione e dis-identificazione degli allievi con il gruppo. Questo è uno dei cardini del nostro lavoro. Gli allievi si chiedono, sono il gruppo? Cosa sono io per questo gruppo? Stiamo ancora funzionando come gruppo?

M: Già, le mie esperienze sono simili, l'ho realizzato non appena me l'hai chiesto! Ricordo che nel mio training questo aspetto era molto importante: chi sono io per questo gruppo, dove siamo adesso, etc... Il campo del gruppo è un elemento fondamentale nell'insegnare la Gestalt e nel condurre gruppi gestalt di qualsiasi tipo. La consapevolezza dell'identificazione con il gruppo è fondamentale nel processo di training come anche in qualsiasi altro processo di gruppo.

Quando conduco un gruppo di crescita o quando insegno gestalt coaching, il mio obiettivo è quello di supportare le persone a diventare maggiormente consapevoli di se stesse ma anche di creare il gruppo. Per me è molto utile fare una distinzione tra i due casi: insegnare la gestalt e insegnare delle competenze utili per lo sviluppo personale. Sono simili e allo stesso tempo questo obiettivo nella mia mente crea una piccola ma significativa differenza.

 

P: A che cosa è importante prestare attenzione quando insegni gestalt coaching?

M: Condurre dei gruppi ha molto a che fare con le relazioni. La Gestalt riguarda la relazione. Condurre dei gruppi significa seguire il processo, cosa sta emergendo. Questa consapevolezza ha a che fare con “dov'è il gruppo proprio adesso?” In altre parole, qual'è la tematica con la quale ci stiamo confrontando adesso; che cosa c'è adesso di così evidente e che cosa c'è di nascosto; di che cosa stiamo parlando versus di che cosa non stiamo parlando.  A scuola io insegno questo metodo di percepire le cose ai coaches. I processi individuali nel gruppo e i processi di gruppo sono paralleli. Ci incontriamo in qualche argomento comune, per esempio l’intimità, il potere, la perdita e così via. Ho notato che ciascun gruppo ha la propria peculiare tematica che viene esplorata nel tempo. Sembra che il tema del gruppo è in qualche maniera importante per sviluppare l'identità del gruppo.

Inoltre ci sono delle differenze tra il lavorare con i terapeuti o con i coaches: i terapisti hanno lavorato molto su se stessi e all'inizio del programma di training questo è evidente. Gli apprendisti terapeuti sono consapevoli fin dal principio che lavoreranno profondamente su se stessi. I Coaches all'inizio sono molto più task oriented [orientati ad impare come svolgere mansioni], hanno atteggiamenti del tipo “dammi gli strumenti” ma in poco tempo cominciano da apprezzare il processo. Alla fine gli obiettivi dei terapeuti e dei coaches diventano simili, tutti noi lavoriamo con le persone per aiutarle a crescere.

La mia esperienza è questa: se tu sei in contatto con il gruppo e se tu conduci in maniera adeguata, le differenze tra i due tipi di apprendimento si riducono. Io ci metto molto di me stesso nel gruppo, per me questo fa parte del modo di lavorare della Gestalt.  Mi viene in mente che l’apprendimento è sempre un processo di gruppo. Nell’insegnamento della psicoterapia puoi vedere le crisi degli allievi al secondo anno, quando alcune “resistenze” emergono. Le persone hanno bisogno di attraversare quel momento di frustrazione. C'è quella fase in cui tu ti chiedi “cosa cavolo sta succedendo?” Bisogna che tu ritrovi te stesso in questo tipo di situazione. Loro hanno bisogno di sentirsi al sicuro in questo spazio in modo da poter sostenere questo tipo di esperienza. E' necessario che ci sia un’implosione prima dell'esplosione.

E’ diverso nella scuola di coaching; qui i processi di apprendimento durano solo un anno, ogni cosa procede velocemente. Per prima cosa c'è un momento di frustrazione e dubbio all'inizio: “che cos’e tutto questo? ...di che cosa stiamo parlando?”. E poi di solito ai 2/3 del percorso arrivano altre domande: “tutto questo fa per me?”, “sono in grado di fare il coach?”).  Non c'è tempo di indugiare troppo tempo in questa frustrazione. Bisogna che la situazione venga gestita dagli studenti rapidamente e i trainers devono supportarli  molto più di quanto facciano nella scuola di terapia. E' per questo che il tempo di formazione nella scuola è una parte importante del campo.

 

P: La Comunità che gravita attorno alla Scuola è qualcosa di tipico della nostra scuola. Noi creiamo una comunità attorno all'apprendimento della Gestalt nella Scuola. Supportiamo le persone a sentirsi coinvolte nell'organizzazione di conferenze, a realizzare progetti nelle comunità locali e a contribuire alla stesura del giornale. Questo ambiente fornisce un ottimo terreno per fare esperienza ed imparare, specialmente per quelle persone che nella definizione del DSM sono schedulate con un basso livello di narcisismo.

M: Ahhh! (addolorato)....Mi piace l'idea di supportare la crescita della comunità attorno alla scuola! Allo stesso tempo però non ho avuto una buona esperienza al riguardo. Nella mia scuola di terapia a Cracovia ciò non ha funzionato bene. Trovo che questa sia la conseguenza di un costante processo di conflitto interno.....e anche perché i giochi di potere costituivano una parte importante  della vita dell'organizzazione. In questa situazione c'era ben poco spazio per costruire una comunità. Alcune persone molto attive, studenti, hanno assorbito totalmente quell'atmosfera. Alcuni di loro hanno cominciato a supportare lo status quo, altri hanno cominciato a dire: questa scuola è un casino, un posto di merda. Per costruire una comunità c'è bisogno di fiducia, apertura, aria fresca. Uno spazio per una discussione aperta è fondamentale, creare spazi dove tu puoi essere autenticamente te stesso, dove tu puoi e vuoi fare sul serio: questo crea una comunità. Per creare questo spazio nella scuola, c'è bisogno di cominciare dall'alto, dai leaders. La situazione nel nostro istituto non era qualcosa di isolato. Questo stato di fatto è molto comune anche nelle ONG. Ci sono parecchi giochi di potere in questo tipo di organizzazioni, specialmente quando crescono e le risorse sono limitate; ecco che cominciano i litigi. E' necessario avere dei leader maturi e saggi per gestire quel tipo di energia.

 

P: Come gestiscono questa situazione i tuoi leader della scuola di Cracovia?

 M: Mi manca la presenza di una comunità, ma dal mio punto di vista direi che non è stato possibile crearla.....mi sono trovato in una situazione spiacevole, sentivo che non ero nella posizione di poter cambiare quella situazione e così ho lasciato la Scuola. Questo era anche la prospettiva di altre persone, che a loro volta lasciarono la scuola. Quando paragono il nostro caso con le altre organizzazioni NGO, mi accorgo che alcune persone che hanno una lunga storia nell'organizzazione o che  hanno posizioni privilegiate, cominciano a difendere le loro posizioni. Secondo il punto di vista di coloro che stanno a capo, ciò è comprensibile: il leader della scuola investe tanta energia, tempo e motivazione per mettere in piedi e organizzare una Scuola. I leaders cominciano a pensare che la scuola appartiene a loro e così pensano che tutto appartenga a loro! In conseguenza di ciò, i leaders cominciano a rappresentare il problema maggiore. Non ci sono delle semplici regole adatte a fare fronte a una situazione come questa, che di solito ha una lunga storia in particolari organizzazioni e che si sono sviluppate attraverso gli anni. Credo che il modo più efficace sia quello di prevenire che ciò accada. Bisogna che i Leaders sviluppino una maggiore consapevolezza riguardo a questo tipo di situazioni e che tengano a mente che ciò può accadere a tutti noi.

 

P: Tu sei un consulente di parecchie organizzazioni private. Ci sono modi diversi di gestire i conflitti profondi e i cambiamenti nella dirigenza nelle organizzazioni private rispetto alle ONG?

M: Certamente queste sono due situazioni diverse. Nel settore privato è tutto molto più strutturato. Anche presupponendo una qualche mancanza di struttura formale, il processo cooperativo e lo scambio tra i leaders è molto strutturato. Ci sono degli obiettivi definiti da raggiungere, i ruoli sono più chiari: il leader è il leader e questo le persone lo accettano più facilmente.

Ovviamente i giochi di potere ci sono ma a mio parere in generale ciò crea meno danno rispetto a ciò che accade nelle ONG. Quando lavori in una compagnia privata, hai il tuo ruolo, i tuoi doveri rispetto alla compagnia e la tua posizione dipende più o meno dal tuo contributo e dal risultato del tuo lavoro nei confronti della compagnia. I leaders sono messi in discussione meno spesso e ci sono dei meccanismi che vengono attuati per cambiarli (ad eccezione della situazione in cui il leader è anche il proprietario ma in quel caso abbiamo anche una situazione molto chiara riguardo alla leadership). Se prendiamo in considerazione l'ambiente delle ONG, la maggior parte delle volte poche persone hanno voglia di prendersi la responsabilità di fare da leader ma molte persone vogliono avere potere. La minore complessità della struttura dell'organizzazione dà inoltre alle persone l'impressione che possano diventarlo e quel tipo di potere è più associato con le relazioni con gli altri piuttosto che al contributo al successo dell'organizzazione. In questo senso, le ONG forniscono molte più occasioni di lotta interna per il potere.

Dal mio punto di vista e osservazione, ci può essere (un ambiente) più strutturato o meno strutturato ma l'intero ambiente a livello organizzativo, incluse specialmente le capacità delle persone, devono essere calibrate rispetto al tipo di organizzazione che vogliamo creare. Per creare una comunità basata su un’organizzazione, è richiesta una leadership umile: leaders che sono significativamente più focalizzati sulla cooperazione e la comunità piuttosto che sul potere. Per fare ciò bisogna condividere la leadership e perciò abbiamo bisogno di persone che siano in grado di prendersi responsabilità e capaci di guardare avanti ma anche fare  un passo indietro a seconda della situazione. E' necessario che ci sia una direzione chiara che vogliamo seguire insieme; regole chiare in base alle quali muoversi; il rispetto e una comunicazione aperta e onesta, in modo da costruire un rapporto di fiducia. Inoltre è cruciale che naturalmente: io sono io e tu sei tu ed in alcuni casi potremmo essere d'accordo ed in altri no ma per creare qualcosa di significativo e stabile insieme, dobbiamo essere capaci di andare al di là di questo e dare vita al valore e al significato del “Noi”. Noi creiamo questa organizzazione e noi come comunità siamo questa organizzazione.

 

P: grazie per il tempo che mi hai dedicato!